Si può ricavare acqua dalla nebbia prendendo esempio da un coleottero
Ottenere dell'acqua potabile in climi estremi dove di acqua non ce n'è. Un desiderio apparentemente banale che renderebbe possibile, o comunque meno disagevole, la vita dell'essere umano nelle realtà desertiche del pianeta. Alcuni ricercatori hanno scoperto che in fondo ci aveva già pensato la natura a rispondere a questa esigenza. Imitando il meccanismo con il quale un insetto della Namibia riesce a bere e conservare l'acqua prodotta dall'evaporazione della condensa, alcuni scienziati hanno sintetizzato un tessuto artificiale che consente di raccogliere l'acqua prodotta dall'umidità e dalla nebbia.
«Papà, raccontami il gol»
Se
tutti i violenti degli stadi si fermassero per un attimo a leggere
questa storia, forse capirebbero quante domeniche hanno gettato via,
senza alcun senso. È la storia di un padre, Claudio, che tutte le
domeniche accompagna suo figlio, Matteo, allo stadio di San Siro: perché
il suo ragazzo è un non vedente dalla nascita. «Ecco Matteo, ora
capitan Zanetti avanza sulla fascia destra si accentra e serve Milito
che carica il tiro, e gol… Noooo… Fuori di poco». È la
“telecronaca” tenera e accalorata di Claudio Mussi, il papà di Matteo,
16 anni, capelli lunghi tenuti su da un cerchietto sopra gli occhialini
dalle lenti spesse, a immaginare il mondo. Da sei stagioni papà e
figlio, dall’anello blu di San Siro, non perdono una gara casalinga
della loro «pazza e amata Inter». Arrivano in auto da Alessandria:
duecento chilometri tra andata e ritorno. Claudio di mestiere fa
l’operaio per Trenitalia e sua moglie Silvia dopo mesi di disoccupazione
ha ripreso da poco a lavorare, subagente in un’assicurazione. «Un
sacrificio anche economico certo, ma Matteo è il nostro sole...»,
dicono. Gianfelice Facchetti ha voluto Claudio e Matteo alla premiazione
del “Premio Giacinto Facchetti”, consegnato a capitan Javier Zanetti.
Un nome che ricorre nelle loro “telecronache”.
Matteo con la sua inesauribile fantasia se li immagina uno per uno i suoi beniamini in campo, ma se gli chiedono chi è l’idolo, ammette cauto: «Mi piacciono tutti alla stessa maniera, quello che conta alla fine è che facciano vincere la squadra». Una risposta alla Stramaccioni, che ha appena abbracciato alla Pinetina, dove quando può fa capolino con l’inseparabile papà. «Però le sensazioni che proviamo nei 90 minuti a San Siro io e “Matte”, come lo chiamiamo a casa, faccio fatica a spiegarle a parole. Mentre gli descrivo le azioni è una sensazione meravigliosa sentire la sua mano stringere la mia, per tutta la partita. Quella mano che trema a seconda del crescere e il calare dell’intensità del tifo sugli spalti... Queste emozioni condivise rappresentano la mia vera vittoria».
Claudio ha i lucciconi agli occhi, Matteo sorride. Ma in casa Mussi non si vive di solo calcio. Matteo a sei anni aveva già gli sci ai piedi e con le immersioni da sub è sceso fino a 10 metri di profondità. E poi dopo la mattina al Liceo, c’è la musica. «Frequento una scuola di canto e di batteria e con degli amici ho messo su una band rock. Come ci chiamiamo? I “Name Less”, i senza nome...», sorride divertito. E il primo fan della boy band non poteva essere che Claudio. «Un paio di anni fa gli ho creato una web-radio (www.radiosalaprove.it) e un piccolo studio di registrazione. Ha funzionato. Alla sera Matteo si diverte a fare il dj e trasmette le sue canzoni preferite. È una finestra in più aperta sul mondo, perché la difficoltà maggiore per ragazzi non vedenti è proprio la socializzazione. Viviamo in una società individualista e spesso falsamente attenta alle disabilità». Cattivi pensieri che purtroppo sfiorano anche Silvia: «Fa rabbia l’indifferenza, specie quella a scuola della maggior parte dei professori. Sono preoccupati solo del profitto dei ragazzi. E non capiscono che è lo stare insieme agli altri che li aiuterà a crescere e ad integrarsi».
Problemi che non si risolvono, come una partita dell’Inter, con un gol di Milito . Ma l’amore dei suoi genitori, la musica, gli amici della band e le domeniche a San Siro, riempiono gli spazi purtroppo sempre bui della vita di Matteo. E con la sua storia, il calcio torna ad essere poesia. Una poesia d’amore, come i versi che da piccolo gli ha dedicato sua madre: «Quando al mattino sorridi nel sonno, il mio pensiero vola lontano e penso che tu ci veda come tutti gli altri bambini... Le tue manine così avide di conoscenza diventano ogni giorno più abili. Le tue manine preziose, i tuoi occhi».
Matteo con la sua inesauribile fantasia se li immagina uno per uno i suoi beniamini in campo, ma se gli chiedono chi è l’idolo, ammette cauto: «Mi piacciono tutti alla stessa maniera, quello che conta alla fine è che facciano vincere la squadra». Una risposta alla Stramaccioni, che ha appena abbracciato alla Pinetina, dove quando può fa capolino con l’inseparabile papà. «Però le sensazioni che proviamo nei 90 minuti a San Siro io e “Matte”, come lo chiamiamo a casa, faccio fatica a spiegarle a parole. Mentre gli descrivo le azioni è una sensazione meravigliosa sentire la sua mano stringere la mia, per tutta la partita. Quella mano che trema a seconda del crescere e il calare dell’intensità del tifo sugli spalti... Queste emozioni condivise rappresentano la mia vera vittoria».
Claudio ha i lucciconi agli occhi, Matteo sorride. Ma in casa Mussi non si vive di solo calcio. Matteo a sei anni aveva già gli sci ai piedi e con le immersioni da sub è sceso fino a 10 metri di profondità. E poi dopo la mattina al Liceo, c’è la musica. «Frequento una scuola di canto e di batteria e con degli amici ho messo su una band rock. Come ci chiamiamo? I “Name Less”, i senza nome...», sorride divertito. E il primo fan della boy band non poteva essere che Claudio. «Un paio di anni fa gli ho creato una web-radio (www.radiosalaprove.it) e un piccolo studio di registrazione. Ha funzionato. Alla sera Matteo si diverte a fare il dj e trasmette le sue canzoni preferite. È una finestra in più aperta sul mondo, perché la difficoltà maggiore per ragazzi non vedenti è proprio la socializzazione. Viviamo in una società individualista e spesso falsamente attenta alle disabilità». Cattivi pensieri che purtroppo sfiorano anche Silvia: «Fa rabbia l’indifferenza, specie quella a scuola della maggior parte dei professori. Sono preoccupati solo del profitto dei ragazzi. E non capiscono che è lo stare insieme agli altri che li aiuterà a crescere e ad integrarsi».
Problemi che non si risolvono, come una partita dell’Inter, con un gol di Milito . Ma l’amore dei suoi genitori, la musica, gli amici della band e le domeniche a San Siro, riempiono gli spazi purtroppo sempre bui della vita di Matteo. E con la sua storia, il calcio torna ad essere poesia. Una poesia d’amore, come i versi che da piccolo gli ha dedicato sua madre: «Quando al mattino sorridi nel sonno, il mio pensiero vola lontano e penso che tu ci veda come tutti gli altri bambini... Le tue manine così avide di conoscenza diventano ogni giorno più abili. Le tue manine preziose, i tuoi occhi».
Massimiliano Castellani
font:http://www.avvenire.it/Sport/Pagine/pap%C3%A0-raccontami-il-gol.aspx
Uomo in stato vegetativo da 12 anni Comunica con i medici: "Non soffro"
Un caso clinico eccezionale al Brain and Mind Institute dell'University of Western Ontario, in Canada. Il paziente ha 39 anni e ha subito diverse lesioni dopo un incidente automobilistico. E' la prima volta che una persona, che si ritiene priva di coscienza, trasmette informazioni rilevanti sul suo stato di salute di VALERIA PINI
Scott Routley (Foto Bbc)
"E'
la prima volta che un paziente incapace di parlare e gravemente
cerebroleso è stato in grado di dare risposte clinicamente rilevanti ai
sanitari", spiegano i medici del Brain and Mind Institute dell'University of Western Ontario, 1 in Canada, intervistati dalla Bbc.
In coma da 12 anni. L'uomo
protagonista di questo caso clinico eccezionale si chiama Routley
Scott, ha 39 anni e aveva subito una grave lesione cerebrale 12 anni fa,
in un incidente stradale. E' riuscito a rispondere ai medici mentre la
sua attività cerebrale era controllata grazie a una risonanza magnetica.
Di solito i pazienti vegetativi emergono dal coma in una condizione in
cui hanno periodi di veglia apparente. Hanno gli occhi aperti, ma non
hanno la percezione di se stessi o del mondo esterno. Nessuna delle
valutazioni fisiche condotte su Scott aveva mostrato in lui segni di
consapevolezza, o la capacità di comunicare. Ma secondo il
neuroscienziato Adrian Owen, che ha guidato il team del Brain and Mind
Institute, University of Western Ontario, Rutley non era in stato
vegetativo.
La 'lettura' del cervello. L'esperimento è stato possibile grazie alla tecnica messa a punto dallo stesso Owen che da tre anni la sperimenta per 'leggere' la mente di persone in stato vegetativo. Tramite un'avanzata scansione del cervello con la risonanza magnetica funzionale, gli scienziati dell'università di Cambridge hanno dimostrato che i pazienti stavano pensando e potevano interagire con loro.
Il dialogo con Routley. Dopo aver pubblicato i risultati di questo primo studio sul New England Journal of Medicine 2nel 2010, Owen è andato in Canada per continuare la sua ricerca presso il Brain and Mind Institute of Western Ontario, dove ha esaminato il caso di Routley. Anche se i suoi occhi erano aperti e seguiva il normale ciclo sonno-veglia, tutti i test convenzionali, con stimoli visivi, uditivi, tattili, non producevano alcuna risposta. Con la sua tecnica, Owen ha verificato che Routley aveva una qualche consapevolezza mentre gli si davano delle istruzioni e si monitorava la sua attività cerebrale. I medici gli facevano delle domande e gli chiedevano di immaginare due scenari diversi, cioè giocare a tennis e camminare verso casa, a seconda che la risposta fosse 'Sì' o 'No'. Hanno così innescato uno 'schema' di attività in diverse aree del cervello che sono state mappate dalla risonanza, permettendo agli scienziati di comunicare con il paziente.
"Una mente conscia e pensante". "Scott è stato in grado di dimostrare che ha una mente conscia e pensante. Lo abbiamo analizzato più volte e il suo modello di attività cerebrale mostra che sta chiaramente scegliendo di rispondere alle nostre domande. Crediamo che sappia chi è e dove si trova", spiega Owen, soprannominato anche il 'lettore della mente' per i suoi studi sui pazienti con lesioni cerebrali. "Da anni abbiamo lottato per capire cosa provassero i malati. In futuro potremmo porre loro domande per riuscire a migliorare la loro qualità di vita. Potrebbero essere cose semplici che riguardino, ad esempio, la frequenza in cui nutrirli o lavarli", ha aggiunto Owen.
"Sono rimasto molto colpito quando ho visto che Scott stava dando risposte precise", ha detto il professor Bryan Young dell'University Hospital, di Londra, che da dieci anni segue Routley.
font:http://www.repubblica.it/scienze/2012/11/13/news/un_uomo_in_stato_vegetativo_da_12_anni_parla_con_i_medici_non_soffro-46540804/
Paralizzato da ictus, si riprende imitando figlioletta
Completamente paralizzato dopo un ictus, riprende a camminare a parlare
imitando suoni e movimenti di sua figlia nata da poco: è la storia a
lieto fine di Mark Ellis, 24enne inglese, colpito dalla malattia a due
settimane dalla nascita della sua Lola-Rose, che l'ha salvato. Lo
riporta il The Week Magazine online. Poco dopo la nascita della piccola,
Mark iniziò a soffrire di emicranie finché non fu colpito da ictus. I
dottori lo tennero in coma indotto per un po', senza dare alcuna
speranza alla moglie Amy e quando si svegliò dissero che comunque
sarebbe rimasto per sempre prigioniero della sindrome 'locked-in',
ovvero sarebbe stato prigioniero del suo corpo. Mark era cosciente, ma
riusciva a muovere solo gli occhi, con cui esprimeva i 'si'' e i 'no'.
Ma il contatto con la sua bambina che nel frattempo aveva quasi un anno,
lo ha 'miracolato', inducendolo ad una fisioterapia riabilitativa di
estrema efficacia: non appena la piccola ha mosso i primi passi, anche
il suo papà è riuscito, imitando i suoi movimenti, e lo stesso con le
parole, venute dopo settimane passate ad imitare i suoni di Lola-Rose.
"Ora usano giocattoli, libri, giochi e iPad insieme, per imparare come
comunicare con il mondo", ha detto la moglie
font:http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/mondo/2012/07/22/Paralizzato-ictus-riprende-imitando-figlioletta-_7221946.html
Jason Becker, il genio della chitarra prigioniero della Sla
Quando
nel 1988 i medici gli diagnosticarono la Sclerosi laterale amiotrofica,
Jason Becker aveva solo 19 anni ma era già una stella fra gli “addetti
ai lavoro”, considerato uno dei più talentuosi chitarristi rock sulla
scena.
Nato a Richmond, in California, Jason era stato scoperto da un talent scout di giovani fenomeni della sei corde, Mike Varney. A 16 anni aveva formato un duo insieme a un chitarrista di 7 anni più grande di lui e che avrebbe fatto strada, Marty Friedman. I due, sotto la sigla “Cacophony”, incisero nel 1987 e nel 1988 un paio di album strumentali che stupirono per la qualità e la giovanissima età degli autori. Nel 1988 Jason destò impressione anche con un album solista, “Perpetual Burn”, un piccolo capolavoro di virtuosismo e metal neo-classico che gli valse un ingaggio da parte David Lee Roth, ex cantante dei Van Halen, per il suo nuovo tour. Un impegno che Jason non riuscì a portare a termine a causa di uno strano indolenzimento delle mani. Dopo una serie di esami arrivò la diagnosi fatale: morbo di Lou Gehrig e un’aspettativa di vita, secondo i medici, di pochi anni.
Ritiratosi dalle scene e persa lentamente la mobilità, Jason Becker non è rimasto solo una leggenda per gli appassionati di chitarra elettrica, ma è rimasto strenuamente legato alla musica. Grazie alle apparecchiature acquistate con il contributo economico degli amici e dei fan, ha continuato a comporre attraverso il movimento degli occhi e delle palpebre. Le sue condizioni di salute si sono stabilizzate alla fine degli anni ’90 e 22 anni dopo la scoperta della malattia continua a vivere, accudito dai genitori e dalla sorella.
“Not dead yet”, non ancora morto, è il toccante film-documentario sulla sua vita uscito in America all’inizio dell’anno e che in Italia viene presentato in anteprima stasera (11 giugno), al Biografilm di Bologna (www.biografilm.it)
Nato a Richmond, in California, Jason era stato scoperto da un talent scout di giovani fenomeni della sei corde, Mike Varney. A 16 anni aveva formato un duo insieme a un chitarrista di 7 anni più grande di lui e che avrebbe fatto strada, Marty Friedman. I due, sotto la sigla “Cacophony”, incisero nel 1987 e nel 1988 un paio di album strumentali che stupirono per la qualità e la giovanissima età degli autori. Nel 1988 Jason destò impressione anche con un album solista, “Perpetual Burn”, un piccolo capolavoro di virtuosismo e metal neo-classico che gli valse un ingaggio da parte David Lee Roth, ex cantante dei Van Halen, per il suo nuovo tour. Un impegno che Jason non riuscì a portare a termine a causa di uno strano indolenzimento delle mani. Dopo una serie di esami arrivò la diagnosi fatale: morbo di Lou Gehrig e un’aspettativa di vita, secondo i medici, di pochi anni.
Ritiratosi dalle scene e persa lentamente la mobilità, Jason Becker non è rimasto solo una leggenda per gli appassionati di chitarra elettrica, ma è rimasto strenuamente legato alla musica. Grazie alle apparecchiature acquistate con il contributo economico degli amici e dei fan, ha continuato a comporre attraverso il movimento degli occhi e delle palpebre. Le sue condizioni di salute si sono stabilizzate alla fine degli anni ’90 e 22 anni dopo la scoperta della malattia continua a vivere, accudito dai genitori e dalla sorella.
“Not dead yet”, non ancora morto, è il toccante film-documentario sulla sua vita uscito in America all’inizio dell’anno e che in Italia viene presentato in anteprima stasera (11 giugno), al Biografilm di Bologna (www.biografilm.it)
Andrea Galli
font:http://www.avvenire.it/video/Pagine/Becker-chitarrista-malato-di-sla.aspx
Così gli sceicchi cancellano i simboli cristiani
«Toglieteci
tutto, ma non la croce cristiana». È questo l’appello accorato che da
Madrid sta girando per l’Europa del pallone, da tempo divenuta la nuova
terra di conquista degli sceicchi islamici. D’accordo che per il vil
denaro il mercenariato del calcio è disposto a tutto, ma addirittura
rinunciare alla storia e alla tradizione, in questo caso “sacra”, del
proprio simbolo, questo è inaccettabile. Eppure il club più noto e amato
del pianeta calcio, il Real Madrid, alla faccia dei suoi 150 milioni di
tifosi sparsi per il mondo (dei quali in Spagna il 30% si dichiarano
«cattolici praticanti») lo ha fatto.
Via quella croce dalla corona concessa dalla Chiesa in via del tutto straordinaria al re Alfonso XIII - nel 1920 - per non offendere la religione dei “fratelli musulmani”, entrati a suon di petrodollari nella stanza dei bottoni del club del patron Florentino Perez. Come non accontentare lo sceicco che ha già promesso alle “Merengues” aiuti sostanziosi da qui all’eternità e la possibilità immediata di far partire un progetto di una seconda “Casa Blanca” (modernissimo centro sportivo) nell’isola di Ras Al Khaimah, una delle “sette sorelle” che formano gli Emirati Arabi.
E gli acerrimi nemici del Real, il Barcellona, che per un secolo (112 anni per l’esattezza) hanno tenuto alto il vessillo dell’indipendenza catalana, persino dagli sponsor più opulenti, ma adesso nell’era del “calcioshowbiz” sventolano bandiera bianca. Nella finale del torneo di Abu Dhabi, Messi e compagni sono scesi in campo con una maglia alla quale era stata tassativamente vietata l’esposizione dello stemma classico del Barça, quello con la croce di Sant Jordi. Via anche qui il simbolo cattolico, divieto di farsi anche il segno della croce o di pregare in campo e massima fierezza invece nell’esporre la sponsorizzazione, “Qatar Foundation”, sulla gloriosa casacca blaugrana. Il presidente Laporta per fortuna non ha archiviato lo sponsor solidale, Unicef, al quale il Barcellona continua a dare il suo generoso contributo, ma come poteva rinunciare ai 166 milioni che nel prossimo quinquennio sborserà la holding a cui fa capo il munifico Tamin bin Hamad Al-Thani? Il principe ereditario e futuro Re del Qatar, classe 1980, è partito da un pezzo alla conquista del mondo del pallone.
L’obiettivo finale, peraltro già raggiunto: i Mondiali di calcio del Qatar, nel 2022. «Il Mondiale impossibile», secondo i benpensanti, smentiti e reso reale dagli appoggi del famelico e venalissimo presidente della Fifa, Joseph Blatter che si è inginocchiato dinanzi allo stemma dell’impero degli Al-Thani. Un tesoro da 40 miliardi di euro, dei quali una “piccola parte”, peraltro molto sostanziosa, finisce nella “Qatar Sport Investiments”.
Il giocattolino di Tamin, rampollo di una famiglia a capo di un Paese, indipendente dall’Inghilterra dal 1971, dove risiedono stabilmente appena 1,7 milioni di abitanti, ma che possiede un tasso di crescita che nel 2010 si attestava intorno a un magnifico più 16,3%. Numeri che fanno capire come sia facile per la famiglia Al-Thani scalare e convertire il Barcellona che dopo la Febbre a 90° contrae pericolosamente quella dell’oro.
Ancora più semplice per i discendenti dei mori regalarsi, sempre nella Liga spagnola, il Malaga, e poi puntare in Francia e mettere le mani sul Paris Saint Germain, con la benedizione dell’amico, l’ex Presidente Sarkozy e un assegnuccio da 70 milioni di euro, giusto per controllare almeno il 70% del club. Il direttore generale del PSG, il cattolicissimo brasiliano Leonardo, con un contratto da 5 milioni a stagione per i prossimi quattro anni, non ha esitato a mettersi a completa disposizione del principe del Qatar che per allenatore ha ingaggiato anche il nostro Carlo Ancelotti, rendendolo, tra i malumori dell’opinione pubblica transalpina, l’uomo dallo stipendio più alto di Francia: 6 milioni di euro. Ma lo sponsor sulla maglia del PSG, “Fly Emirates”, lo forniscono gentilmente i fratelli musulmani di Dubai che fino al 2015 sono legati anche al Milan con un contratto da 60 milioni di euro. Finora il “diavolo” simbolo della società del presidente Silvio Berlusconi, a quelli di Dubai pare non dia fastidio, ma non è escluso che prima o poi possano emettere una “fatwa”, come quella che due anni fa colpì i rossoneri in Malesia. Due imam, feroci quanto le tigri di Mompracen bandirono dai campetti malesi la maglia del Milan: «Perchè un musulmano - disse il leader religioso Nooh Gadot - non deve venerare simboli di altre religioni o il diavolo». I signori di Dubai sponsorizzano anche l’Amburgo nella Bundesliga e per 90 milioni di euro hanno acquistato il club spagnolo del Getafe.
Ma il capolavoro del gruppo è stato la conquista del title-sponsor dello stadio dell’Arsenal che per i prossimi 15 anni (per un totale 100 milioni di euro) recherà l’intitolazione “Emirates Airlaines”. Volano le azioni e gli investimenti in nome di Allah anche da Abu Dhabi. Dalla sua regale dimora, lo sceicco Mansour ha deciso di spendere e spandere per rendere il Manchester City una potenza mondiale del football. E finalmente i 250milioni di sterline (23 dei quali serviti per acquistare Mario Balotelli), dopo 44 anni di attesa, hanno fruttato la tanta agognata conquista della Premier da parte del City allenato da Roberto Mancini. Dal Bahrain sono partiti con una cifra e un profilo più basso, accontendadosi di rilevare in Spagna il piccolo “Real”, quello del Racing Santander. Per ora i magnati della Western Gulf preferiscono i motori (Dal 2004 organizzano il GP di Formula 1 del Bahrain) come dimostra il 30% delle loro azioni nella McLaren. Ma dove c’è sport, ormai, lì c’è la casa del “sultano”. Maragià che arrivano con le loro truppe cammellate per stipulare contratti faraonici, ma imponendo sempre il proprio credo che non tiene mai conto della storia e tanto meno della tradizione religiosa del Vecchio Continente, così in crisi da accettare di tutto. Tanto è lo sceicco che paga.
Via quella croce dalla corona concessa dalla Chiesa in via del tutto straordinaria al re Alfonso XIII - nel 1920 - per non offendere la religione dei “fratelli musulmani”, entrati a suon di petrodollari nella stanza dei bottoni del club del patron Florentino Perez. Come non accontentare lo sceicco che ha già promesso alle “Merengues” aiuti sostanziosi da qui all’eternità e la possibilità immediata di far partire un progetto di una seconda “Casa Blanca” (modernissimo centro sportivo) nell’isola di Ras Al Khaimah, una delle “sette sorelle” che formano gli Emirati Arabi.
E gli acerrimi nemici del Real, il Barcellona, che per un secolo (112 anni per l’esattezza) hanno tenuto alto il vessillo dell’indipendenza catalana, persino dagli sponsor più opulenti, ma adesso nell’era del “calcioshowbiz” sventolano bandiera bianca. Nella finale del torneo di Abu Dhabi, Messi e compagni sono scesi in campo con una maglia alla quale era stata tassativamente vietata l’esposizione dello stemma classico del Barça, quello con la croce di Sant Jordi. Via anche qui il simbolo cattolico, divieto di farsi anche il segno della croce o di pregare in campo e massima fierezza invece nell’esporre la sponsorizzazione, “Qatar Foundation”, sulla gloriosa casacca blaugrana. Il presidente Laporta per fortuna non ha archiviato lo sponsor solidale, Unicef, al quale il Barcellona continua a dare il suo generoso contributo, ma come poteva rinunciare ai 166 milioni che nel prossimo quinquennio sborserà la holding a cui fa capo il munifico Tamin bin Hamad Al-Thani? Il principe ereditario e futuro Re del Qatar, classe 1980, è partito da un pezzo alla conquista del mondo del pallone.
L’obiettivo finale, peraltro già raggiunto: i Mondiali di calcio del Qatar, nel 2022. «Il Mondiale impossibile», secondo i benpensanti, smentiti e reso reale dagli appoggi del famelico e venalissimo presidente della Fifa, Joseph Blatter che si è inginocchiato dinanzi allo stemma dell’impero degli Al-Thani. Un tesoro da 40 miliardi di euro, dei quali una “piccola parte”, peraltro molto sostanziosa, finisce nella “Qatar Sport Investiments”.
Il giocattolino di Tamin, rampollo di una famiglia a capo di un Paese, indipendente dall’Inghilterra dal 1971, dove risiedono stabilmente appena 1,7 milioni di abitanti, ma che possiede un tasso di crescita che nel 2010 si attestava intorno a un magnifico più 16,3%. Numeri che fanno capire come sia facile per la famiglia Al-Thani scalare e convertire il Barcellona che dopo la Febbre a 90° contrae pericolosamente quella dell’oro.
Ancora più semplice per i discendenti dei mori regalarsi, sempre nella Liga spagnola, il Malaga, e poi puntare in Francia e mettere le mani sul Paris Saint Germain, con la benedizione dell’amico, l’ex Presidente Sarkozy e un assegnuccio da 70 milioni di euro, giusto per controllare almeno il 70% del club. Il direttore generale del PSG, il cattolicissimo brasiliano Leonardo, con un contratto da 5 milioni a stagione per i prossimi quattro anni, non ha esitato a mettersi a completa disposizione del principe del Qatar che per allenatore ha ingaggiato anche il nostro Carlo Ancelotti, rendendolo, tra i malumori dell’opinione pubblica transalpina, l’uomo dallo stipendio più alto di Francia: 6 milioni di euro. Ma lo sponsor sulla maglia del PSG, “Fly Emirates”, lo forniscono gentilmente i fratelli musulmani di Dubai che fino al 2015 sono legati anche al Milan con un contratto da 60 milioni di euro. Finora il “diavolo” simbolo della società del presidente Silvio Berlusconi, a quelli di Dubai pare non dia fastidio, ma non è escluso che prima o poi possano emettere una “fatwa”, come quella che due anni fa colpì i rossoneri in Malesia. Due imam, feroci quanto le tigri di Mompracen bandirono dai campetti malesi la maglia del Milan: «Perchè un musulmano - disse il leader religioso Nooh Gadot - non deve venerare simboli di altre religioni o il diavolo». I signori di Dubai sponsorizzano anche l’Amburgo nella Bundesliga e per 90 milioni di euro hanno acquistato il club spagnolo del Getafe.
Ma il capolavoro del gruppo è stato la conquista del title-sponsor dello stadio dell’Arsenal che per i prossimi 15 anni (per un totale 100 milioni di euro) recherà l’intitolazione “Emirates Airlaines”. Volano le azioni e gli investimenti in nome di Allah anche da Abu Dhabi. Dalla sua regale dimora, lo sceicco Mansour ha deciso di spendere e spandere per rendere il Manchester City una potenza mondiale del football. E finalmente i 250milioni di sterline (23 dei quali serviti per acquistare Mario Balotelli), dopo 44 anni di attesa, hanno fruttato la tanta agognata conquista della Premier da parte del City allenato da Roberto Mancini. Dal Bahrain sono partiti con una cifra e un profilo più basso, accontendadosi di rilevare in Spagna il piccolo “Real”, quello del Racing Santander. Per ora i magnati della Western Gulf preferiscono i motori (Dal 2004 organizzano il GP di Formula 1 del Bahrain) come dimostra il 30% delle loro azioni nella McLaren. Ma dove c’è sport, ormai, lì c’è la casa del “sultano”. Maragià che arrivano con le loro truppe cammellate per stipulare contratti faraonici, ma imponendo sempre il proprio credo che non tiene mai conto della storia e tanto meno della tradizione religiosa del Vecchio Continente, così in crisi da accettare di tutto. Tanto è lo sceicco che paga.
Massimiliano Castellani
font: http://www.avvenire.it/Sport/Pagine/Cosi-gli-sceicchi-cancellano-i-simboli-cristiani.aspx
I fantastici 400 metri di Matt: la lezione di un piccolo disabile
Il suo cognome non è noto, ma la sua impresa, immortalata in un filmato, sta facendo il giro del mondo. Affetto da paralisi spastica cerebrale, il bambino ha gravissime difficoltà motorie. ma partecipa alla gara di corsa. Arriva ultimo, ma è un trionfo di umanità
di PAOLO GALLORIGUARDA IL VIDEO
Matt, cognome sconosciuto, frequenta le scuole elementari "Colonial Hills" di Worthington (Ohio). Ha un bellissimo viso, tratti sottili e gentili. E' completamente calvo, ma non ci fa caso nessuno. Perché Matt è affetto da una grave forma di paralisi spastica cerebrale. In pratica, Matt ha enormi difficoltà motorie, perché non riesce a controllare e comandare gli arti. Per questo, chi lo osserva per la prima volta non fissa i suoi occhi, non nota quella bella testolina lucida. L'attenzione è tutta per gli sforzi che fa nel semplice camminare, caracollando passo dopo passo come un soldatino di latta.
Matt è abituato a quegli sguardi, la curiosità e la pietà degli altri non gli interessano. Perché lui crede in se stesso e nelle sue gambe. Ci crede al punto da iscriversi alla gara dei quattrocento metri piani ai giochi della gioventù del suo istituto. Eccolo,
sulla linea di partenza, assieme a un pugno di avversari. Davanti a
sé, Matt ha una pista nell'erba lunga 200 metri, da correre a perdifiato
per due volte. Un insegnante nel ruolo di starter avverte i
concorrenti: "Vi dirò semplicemente GO!".
"Go, vai! In fondo è facile, devo semplicemente scattare e lasciar andare le gambe". L'insegnante dà il via alla competizione, pochi metri e Matt già mangia la polvere sollevata dalle scarpette dei coetanei. Da quel momento, in pista restano solo lui e la sua sfida. Le ginocchia di cemento, cosce e polpacci, sottilissimi, piegati rigidamente a elle, è come se Matt stia correndo su piccoli trampoli, occhi sempre puntati a terra, un metro davanti ai piedi.
Gli altri sono già arrivati al traguardo quando Matt non ha ancora completato il primo giro. Dopo il primo scatto entusiasta, ha rallentato, sbuffa e barcolla, quasi si ferma mentre intorno è silenzio. Un silenzio che non dura molto. Dapprima è il signor Blayne, l'insegnante di ginnastica, ad avvicinarsi a Matt. Forse vuole solo sincerarsi delle sue condizioni, forse vuole incoraggiarlo. O forse gli dice che "va bene così, sei stato bravo". Matt fa un cenno col capo e riprende la sua corsa, taglia il traguardo e prosegue per il secondo giro.
Ed è a questo punto che la scena cambia radicalmente. Un bambino dopo l'altro, i ragazzini della Colonial Hills si avvicinano a Matt, sono sempre di più, dieci, venti, cinquanta. Scandiscono in coro il suo nome, battono ritmicamente le mani, quasi a dettare l'andatura al loro compagno. Ma nessuno, nessuno, si permette di precederlo. Sono tutti lì, dietro Matt, a spingere, osservando il numero di gara sulla schiena del loro piccolo Dorando Pietri o Forrest Gump, un cartoncino attaccato con una spilla.
Finché Matt taglia il traguardo e viene travolto dall'abbraccio di bambini bianchi, neri, maschietti, femminucce. Diversi e uguali, come in fondo tutti siamo su questa scheggia di pietra lanciata nello spazio. L'impresa di Matt e il clima di serenità in cui si svolge, rappresentano un messaggio potente. E una vittoria di tutti. Ma in fondo, visto che siamo negli Usa, ha ragione lo slogan di molti tifosi del footbal americano che allo stadio masticano arachidi e bevono birra: "Vincere, perdere...Ma a chi interessa?". (02 giugno 2012)
"Go, vai! In fondo è facile, devo semplicemente scattare e lasciar andare le gambe". L'insegnante dà il via alla competizione, pochi metri e Matt già mangia la polvere sollevata dalle scarpette dei coetanei. Da quel momento, in pista restano solo lui e la sua sfida. Le ginocchia di cemento, cosce e polpacci, sottilissimi, piegati rigidamente a elle, è come se Matt stia correndo su piccoli trampoli, occhi sempre puntati a terra, un metro davanti ai piedi.
Gli altri sono già arrivati al traguardo quando Matt non ha ancora completato il primo giro. Dopo il primo scatto entusiasta, ha rallentato, sbuffa e barcolla, quasi si ferma mentre intorno è silenzio. Un silenzio che non dura molto. Dapprima è il signor Blayne, l'insegnante di ginnastica, ad avvicinarsi a Matt. Forse vuole solo sincerarsi delle sue condizioni, forse vuole incoraggiarlo. O forse gli dice che "va bene così, sei stato bravo". Matt fa un cenno col capo e riprende la sua corsa, taglia il traguardo e prosegue per il secondo giro.
Ed è a questo punto che la scena cambia radicalmente. Un bambino dopo l'altro, i ragazzini della Colonial Hills si avvicinano a Matt, sono sempre di più, dieci, venti, cinquanta. Scandiscono in coro il suo nome, battono ritmicamente le mani, quasi a dettare l'andatura al loro compagno. Ma nessuno, nessuno, si permette di precederlo. Sono tutti lì, dietro Matt, a spingere, osservando il numero di gara sulla schiena del loro piccolo Dorando Pietri o Forrest Gump, un cartoncino attaccato con una spilla.
Finché Matt taglia il traguardo e viene travolto dall'abbraccio di bambini bianchi, neri, maschietti, femminucce. Diversi e uguali, come in fondo tutti siamo su questa scheggia di pietra lanciata nello spazio. L'impresa di Matt e il clima di serenità in cui si svolge, rappresentano un messaggio potente. E una vittoria di tutti. Ma in fondo, visto che siamo negli Usa, ha ragione lo slogan di molti tifosi del footbal americano che allo stadio masticano arachidi e bevono birra: "Vincere, perdere...Ma a chi interessa?". (02 giugno 2012)
font:http://www.repubblica.it/esteri/2012/06/02/news/usa_i_400_metri_di_matt-36386626/
Educazione: Ragazze, c'è papà di guardia
Lei
ha 16 anni, la sera esce con gli amici. Ma se all’una e un quarto di
notte – 15 minuti dopo il tempo stabilito – non è ancora tornata, un
padre «come si deve» non aspetta inerte in salotto, ma sale in macchina e
la va a cercare. E quando lei uscirà con un ragazzo – perché capiterà,
prima o poi: le figlie non vanno alle elementari in eterno –, lo stesso
padre non permetterà che lui l’attenda in strada: pretenderà invece che
entri in casa, che si presenti e, guardandolo negli occhi, gli farà
capire che lo ritiene responsabile di quello che succederà alla sua
bambina. Bambina, sì, perché a 16 anni (ma anche a 18 o a 20) le ragazze
hanno bisogno ancora e sempre di una guida. Quindi, padre (spesso
confuso) di un’adolescente, occorre restare sul campo di battaglia.
Proteggerla. Difenderla. Intervenire. Alzare barriere intorno a lei. Non
lasciarla sola, alla mercé di sé stessa e di una società che la vuole
far crescere prima del tempo. Una prospettiva rivoluzionaria, in tempi
di disimpegno educativo come quelli che viviamo. In tempi in cui padri
(e madri) si dedicano a spa e massaggi, running, free climbing e bungee-jumping,
convinti (o, meglio, speranzosi…) che il loro compito termini quando i
figli sono alle superiori. Che, dopo essere diventati degli assi a
cambiare pannolini e a preparare pappe – i giovani papà questo l’hanno
imparato, ed è già stata una conquista – beh, adesso tocca a loro
giocarsi la partita. Soprattutto se femmine, perché quando crescono la
delega alla madre diventa in bianco: i padri, semmai, si limitano a un
ruolo «di spalla», perché donna con donna ci si capisce di più.
Sbagliato, sbagliatissimo. È vero esattamente il contrario: il bello,
per padri di figlie femmine, viene proprio con l’adolescenza. Sono loro a
costruire il modello di uomo a cui in futuro le figlie si
avvicineranno. È sotto lo sguardo del padre che una bambina diventa
donna. Dunque, come non si può disertare al ruolo di padre accanto ai
figli bambini, questo vale ancora di più con i teenager. La chiamata dei
padri alle armi arriva da una pediatra americana di lunga esperienza,
Meg Meeker, madre di quattro figli. Nell’ultimo decennio ha visto il suo
studio riempirsi di quattordicenni depresse, anoressiche, bulimiche,
con il cuore a pezzi. Colpa della libertà in cui vivono e anche del
fatto che nessuno dice loro con fermezza e autorevolezza quali sono le
regole della casa e, soprattutto, che le facciano rispettare. Cari
padri, chiede la Meeker in Papà sei tu il mio eroe (Ares, pp.
256, euro 16), volete questo destino di infelicità per le vostre figlie?
Volete chiudere un occhio quando passerà le notti in bianco in
discoteca? Volete che all’università passi il tempo a imbastire "storie"
perdendo di vista l’obiettivo? Volete vederle uscire di casa a 12 anni
in minigonna e top? I padri possono impedire tutto questo, sostiene con
piglio tutto americano la Meeker. Lo possono fare perché proprio da loro
– gli uomini di casa – le figlie cercano l’autorità, la fermezza. Non
l’amicizia, non la complicità: proprio le regole. Li odieranno, ma li
rispetteranno. E sapranno che c’è qualcuno che le ama.
Però occorre rimboccarsi le maniche e capire, come scrive nella prefazione Mariolina Ceriotti Migliarese, «qual è la parte che compete loro nei confronti delle meravigliose piccole donne di oggi, così sfrontate, così vulnerabili, così esigenti, così belle...». L’adolescente, spiega la Ceriotti Migliarese, «ha bisogno che iI padre, primo rappresentante per lei del mondo maschile, ottenga la sua stima e le insegni cosa può e deve aspettarsi da un uomo; che le insegni il rispetto di sé stessa attraverso il rispetto che lui le dimostra». Una donna che è stata amata e rispettata dal proprio padre «non ha bisogno di lottare contro il maschile perché può riconoscerlo complementare a sé». Sembra facile, ma per stare accanto in modo consapevole a una teenager bisogna attrezzarsi. Nella pratica, occorre dimostrare affetto e accoglienza ma nella fermezza. Niente pigiama party a 13 anni, niente discoteche fino a 16, niente vacanze «solo ragazzi», orari ferrei per il rientro alla base. Se da un’amica, durante un ritrovo, la piccola ha bevuto troppe birre, be’, in quella casa non ci entrerà più. Se c’è bisogno di una punizione, nessuna paura a darla. Nessun imbarazzo a dirle che il suo corpo esige rispetto, che deve aspettare e non cedere alle pressioni dei ragazzi. Sono le regole di casa, dovrà rispettarle. Ma perché deve essere proprio il padre a sobbarcarsi il «lavoro sporco»? Perché la sua presenza attiva in famiglia è una buona assicurazione contro la devianza, l’abbandono scolastico e, per entrare in ambito di comportamenti sessuali, la promiscuità, i rapporti e le gravidanze precoci. E poi perché quella del padre è l’immagine di uomo con la quale la figlia crescerà. Se sarà autorevole e determinato, cercherà un compagno di vita autorevole e determinato. Se sarà distratto e superficiale, menefreghista e poco affettuoso, è probabile che anche lei si accontenterà di un marito così, andando incontro a disastri sentimentali. Potrebbero sembrare semplificazioni all’americana, ma queste considerazioni sono supportate da una gran mole di ricerche. Regole, controllo, severità. Ma il padre di una teenager sa come può essere duro tutto questo, quali scenate e pianti e urli e ricatti emotivi si scatenano in casa. L’importante è non arrendersi e accompagnare le regole con il dialogo e con le giuste motivazioni. Ne vale la pena. I padri che sogna la Meeker sono gli stessi che immaginava Barack Obama quando in un discorso in campagna elettorale (era il 2008) disse: «Padri, siate migliori».
Un richiamo giusto, soprattutto se cade in una società come quella americana, in cui il 70% dei giovani non vive con il proprio padre naturale. A maggior ragione, essere un padre efficace vuol dire togliersi del tempo per stare con le figlie, concentrarsi su di loro, mettere a punto un piano educativo fin da quando sono piccole, non mettere al primo posto né carriera né sport né vita sociale ma proprio loro. Dell’importanza della figura del padre si parla ormai da anni, anche in Italia non mancano studi (anche se, per la verità, concentrati sui figli piccoli), ma quel che conta, alla resa dei conti, è la pratica: e questo libro insegna come un padre può tornare a essere, come è sempre stato, quello che detta le regole in casa. Con una nuova amorevolezza, certo, con un nuovo coinvolgimento affettivo, ma pur sempre con autorità e fermezza.
Però occorre rimboccarsi le maniche e capire, come scrive nella prefazione Mariolina Ceriotti Migliarese, «qual è la parte che compete loro nei confronti delle meravigliose piccole donne di oggi, così sfrontate, così vulnerabili, così esigenti, così belle...». L’adolescente, spiega la Ceriotti Migliarese, «ha bisogno che iI padre, primo rappresentante per lei del mondo maschile, ottenga la sua stima e le insegni cosa può e deve aspettarsi da un uomo; che le insegni il rispetto di sé stessa attraverso il rispetto che lui le dimostra». Una donna che è stata amata e rispettata dal proprio padre «non ha bisogno di lottare contro il maschile perché può riconoscerlo complementare a sé». Sembra facile, ma per stare accanto in modo consapevole a una teenager bisogna attrezzarsi. Nella pratica, occorre dimostrare affetto e accoglienza ma nella fermezza. Niente pigiama party a 13 anni, niente discoteche fino a 16, niente vacanze «solo ragazzi», orari ferrei per il rientro alla base. Se da un’amica, durante un ritrovo, la piccola ha bevuto troppe birre, be’, in quella casa non ci entrerà più. Se c’è bisogno di una punizione, nessuna paura a darla. Nessun imbarazzo a dirle che il suo corpo esige rispetto, che deve aspettare e non cedere alle pressioni dei ragazzi. Sono le regole di casa, dovrà rispettarle. Ma perché deve essere proprio il padre a sobbarcarsi il «lavoro sporco»? Perché la sua presenza attiva in famiglia è una buona assicurazione contro la devianza, l’abbandono scolastico e, per entrare in ambito di comportamenti sessuali, la promiscuità, i rapporti e le gravidanze precoci. E poi perché quella del padre è l’immagine di uomo con la quale la figlia crescerà. Se sarà autorevole e determinato, cercherà un compagno di vita autorevole e determinato. Se sarà distratto e superficiale, menefreghista e poco affettuoso, è probabile che anche lei si accontenterà di un marito così, andando incontro a disastri sentimentali. Potrebbero sembrare semplificazioni all’americana, ma queste considerazioni sono supportate da una gran mole di ricerche. Regole, controllo, severità. Ma il padre di una teenager sa come può essere duro tutto questo, quali scenate e pianti e urli e ricatti emotivi si scatenano in casa. L’importante è non arrendersi e accompagnare le regole con il dialogo e con le giuste motivazioni. Ne vale la pena. I padri che sogna la Meeker sono gli stessi che immaginava Barack Obama quando in un discorso in campagna elettorale (era il 2008) disse: «Padri, siate migliori».
Un richiamo giusto, soprattutto se cade in una società come quella americana, in cui il 70% dei giovani non vive con il proprio padre naturale. A maggior ragione, essere un padre efficace vuol dire togliersi del tempo per stare con le figlie, concentrarsi su di loro, mettere a punto un piano educativo fin da quando sono piccole, non mettere al primo posto né carriera né sport né vita sociale ma proprio loro. Dell’importanza della figura del padre si parla ormai da anni, anche in Italia non mancano studi (anche se, per la verità, concentrati sui figli piccoli), ma quel che conta, alla resa dei conti, è la pratica: e questo libro insegna come un padre può tornare a essere, come è sempre stato, quello che detta le regole in casa. Con una nuova amorevolezza, certo, con un nuovo coinvolgimento affettivo, ma pur sempre con autorità e fermezza.
Antonella Mariani
font: http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/ragazze-papa-di-guardia.aspx
font foto:http://cresimadimatilde2010.blogspot.it/2010_05_01_archive.html
Salviamo la 'banda' Zeman
La domenica calcistica ha regalato la promozione in
serie A del Pescara di Zeman. Una storia bellissima perché è la vittoria
di una squadra ma soprattutto di personaggio scomodo, almeno per quello
che possiamo vedere dall'aspetto pubblico e da ciò che appare (io non
ho la fortuna di conoscerlo personalmente). E' un risultato
straordinario per il calcio che a me piace, quello fatto di proposta
offensiva, di difesa diversa della palla e della porta. È il calcio
che dovrebbe sempre vincere, proprio perché invece è molto più facile
impedire di essere dribblati che dribblare. E Zeman in questo è stato un
precursore, un allenatore che ha sempre preteso dai proprio uomini un
gioco d'attacco fatto di gol. Per la verità nelle grandi squadre che ha
guidato non è riuscito a coniugare l'equilibrio tra la fase offensiva e
quella difensiva, ma il campionato vinto a Pescara è quello che serve al
nostro pallone, ancora di più a un campionato come la serie B, che
dovrebbe dimenticare tatticismi e l'ansia di fare risultato a tutti i
costi: tutte le squadre dovrebbero imparare e vincere con il bel gioco.
Perché la serie B dovrebbe diventare, mi auguro, il bacino dei talenti
futuri del calcio italiano.
La quasi totalità della rosa del
Pescara è composta di giocatori italiani (solo tre gli stranieri),
uomini che in quasi tutti i campionati europei il prossimo anno
giocherebbero titolari. Invece è sotto gli occhi di tutti che i
campioncini della squadra di Zeman nella prossima stagione, se
cambieranno maglia, in Italia faranno panchina. Vedi Verratti,
'bloccato' da Pirlo se andrà alla Juve, o Insigne e Immobile con Cavani e
Hamsik al Napoli. Sono tutti invece calciatori che, per la loro
crescita e per la Nazionale, sarebbe bello che giocassero titolari. Il
mio sogno è che possano continuare a farlo nel Pescara di Zeman in serie
A. Sarebbe bellissimo vedere questi ragazzi giocare alla stessa maniera
anche massimo campionato, affrontare le grandi squadre e i grandi
appuntamenti, con risultati soddisfacenti per i tifosi, l'allenatore e
per loro stessi. E poi mi piacerebbe che la squadra non venisse
smembrata e magari riempita di giocatori che vengono presi all'estero,
dal Sudamerica o in altri mercati meno importanti, dove attingono la
maggior parte delle società medio-piccole per motivi che sono chiari a
tutti.
font:http://www.repubblica.it/rubriche/visti-dallala/2012/05/21/news/banda_zeman_vittoria_napoli-35639670/?ref=HRLS-3
PGS Liguria:In marcia nel Parco delle Cinque Terre
Il gruppo Pgs Marce La Spezia, con il patrocinio del Comune di Riomaggiore e del Parco Nazionale delle Cinque Terre, organizza domenica 25 marzo la marcia non competitiva a passo libero (km. 5 – 8 – 18 – 25). I percorsi si snoderanno attraverso i sentieri del Parco tra vigneti, uliveti, castagneti e macchia mediterranea. I partecipanti avranno la possibilità di passeggiare lungo viottoli e scale centenarie che fino a qualche anno fa erano le uniche vie di collegamento tra i borghi di questo tratto dell’estremo levante ligure; di immergersi nei borghi marinari di Riomaggiore e Manarola, collegati fra loro dalla famosa “Via dell’ Amore”; di visitare le frazioni collinari di Groppo e Volastra, di Porciana e Pianca immerse nel verde dei vigneti a terrazza, con panorami unici sulla Costa Ligure, sull’ Arcipelago Toscano, sulle isole Palmaria e Tino, sulla Corsica e sugli altri paesi delle Cinque Terre. La marcia, valida per i concorsi ”Palio del Marciatore” – Internazionali IVV - Nazionali FIASP - Piede Alato - Brevetto Stramarciatore di Viareggio, avrà luogo con qualsiasi condizione metereologica.PGS Piemonte - Pattinaggio: Asti, i "verdetti" dei campionati provinciali

Il Palameridiana di Settime ha visto impegnati una settantina di giovani pattinatori. Assenti giustificati, per impegni in Nazionale, Noemi Mattina, Federico Trento e Andrea Nicastro.Tutti i vincitori delle singole categorie
Si sono svolti nella cornice dell’impianto sportivo “Palameridiana” di Settime d’Asti i Campionati Provinciali di pattinaggio artistico 2012: la due giorni di gare, organizzata congiuntamente da Blue Roller, New Asti Skating e PGS Nicese, ha visto misurarsi circa 70 giovani atleti di cui molti alla loro prima esperienza in una gara ufficiale. Nella giornata di sabato hanno gareggiato i più giovani atleti, delle categorie dei Giovanissimi ed i Esordienti. Nella categoria Giovanissimi A femminile ha vinto il titolo provinciale Piatto Marta (New Asti Skating) che, prima negli esercizi obbligatori e seconda negli esercizi liberi, si è imposta sulle compagne di squadra Damasio Antonella, Zichitella Martina (rispettivamente seconda e terza), Provenzano Eleonora e Sanfilippo Desiree’.
La Categoria Giovanissimi B Femminile ha visto affermarsi Staccione Sara (Blue Roller) prima sia negli esercizi liberi che negli obbligatori, sulle compagne di squadra Sgrinzi Sara e Cavalli Giorgia (seconda e terza) a seguire Mondo Valentina, Cavallo Giulia Rita (Blue Roller) e Stradella Alice (New Asti Skating), vincitore della categoria Maschile è risultato Grimaldi Alberto (PGS Nicese).
Nella categoria Esordienti A Femminile El Fouton Gaia Nesrin (Blue Roller) con due vittorie in libero e obbligatori si è affermata su Ruscalla Veronica e Russo Federica (New Asti Skating) a seguire Bincoletto Irene, Pisana Alessia, Bernardini Alessia e Bernardini Gaia (New Asti Skating).
Nella Categoria Esordienti B Femminile Cavagnero Chiara (Blue Roller), vincitrice della gara di libero, si è affermata di misura nella classifica di combinata su Bologna Giada (New Asti Skating) vincitrice della gara di esercizi obbligatori.
Nella categoria Esordienti B maschile Matteo Penasso (Blue Roller) si è aggiudicato il titolo provinciale con una gara lineare e senza sbavature, eseguendo un esercizio libero di ottimo livello. Nella divisione Nazionale A Coppia Danza ha vinto la coppia composta da Brovero Matilde e Gasparin Marco (Blue Roller).
Nella giornata di domenica hanno gareggiato le Categorie Esordienti regionali, Allievi A, Allievi B, Allievi Regionali, ed i più esperti atleti che militano nelle Divisioni Nazionali e nelle Categorie Effettive.
Esordienti Regionali, nella vivacissima gara di esercizi obbligatori che con ben 16 atleti iscritti è stata la più partecipata si è affermata Forno Beatrice (New Asti Skating) seconda e terza rispettivamente Bravo Clelia (Blue Roller) e Conta Camilla (PGS Nicese) a seguire Todeschini Asia (Blue Roller), Valente Rachele Sigliano Federica (Blue Roller), De Rensis Martina, Bortolomai Gaia (New Asti Skating), Piccarollo Sofia Giulia (PGS Nicese), Albano Francesca (Blue Roller), Bortolomai Ilaria Massa Federica, Ambrosone Giorgia, Bruni Stefania (New Asti Skating), Biscione Eleonora (PGS Nicese) e Montanella Giulia (New Asti Skating).
Nella stessa categoria la gara di Libero è stata vinta da Todeschini Asia (Blue Roller) seconda Conta Camilla (PGS Nicese) e terza Bravo Clelia (Blue Roller) davanti alle compagne di squadra Sigliano Federica e Albano Francesca.
La gara Allievi A femminile ha visto affermarsi Berta Alessandra (PGS Nicese), mentre la combattutissima gara delle Allieve B ha visto prevalere nella combinata aggiudicandosi il titolo provinciale Celeste Melissa (PGS Nicese) davanti a Romito Aurora (New Asti Skating) e Marchelli Chiara (PGS Nicese).
Tra Allieve Regionali ha vinto la gara di Obbligatori Franco Francesca (Blue Roller) a seguire Brovero Matilde (Blue Roller), Limasco Melissa (PGS Nicese), Alloisio Ilaria, El Fouton sabrina (Blue Roller), Salatin Valentina e Bisacco Sara (PGS Nicese). Nella stessa categoria la gara di libero è stata vinta da Alloisio Ilaria al secondo e terzo posto Brovero Matilde ed El Fouton sabrina (Blue Roller) a seguire Limasco Melissa, Salatin Valentina, Bisacco Sara e Grimaldi Veronica (PGS Nicese).
Nella Divisione Nazionale A femminile ha vinto la gara di obbligatori e la combinata Greta Salimbene (New Asti Skating) seguita dalla compagna di squadra Bologna Giada, vincitrice del gara di libero Carlotta Mazzon (PGS Nicese).
Nella Divisione Nazionale B m. ha vinto il titolo di libero Boido Giacomo (PGS Nicese). Divisione Nazionale B femminile in una gara molto combattuta il titolo di combinata è andato a Gavelli Giulia (PGS Nicese) mentre obbligatori è andato a Romito Barbara (New Asti Skating), nella gara di libero vinta da Marta Mingolla (New Asti Skating) ha ben figurato anche la compagna di squadra Pippia Sara.
Nella divisione Nazionale C femminile si è affermata in Obbligatori, Libero a e Combinata Erika Cerutti (PGS Nicese), seguita da Pippia Jessica (New Asti Skating). Divisione Nazionale D femminile titolo di Obbligatori a Nicolò Sara (Blue Roller). Nella Categoria Cadetti femminile, ha vinto obbligatori, libero e combinata Borsello Celeste (New Asti Skating)
Nella Categoria Jeunesse femminile. ha vinto la gara di obbligatori Mingolla Marta (New Asti Skating) seguita dalla compagna di squadra Pippia Sara. Nella Categoria Juniores femminile si è affermata nella gara di obbligatori Pippia Jessica (New Asti Skating).
"Si è trattato se di un campionato Provinciale ricco di luci e con alcune ombre - spiega Giancarlo Trento, delegato provinciale FIHP - per un verso emergono segnali confortanti per il pattinaggio astigiano per il numero dei giovani atleti che si sono affrontati nelle gare e per gli ottimi livelli di pattinaggio che tutti, aldilà delle classifiche, hanno saputo dimostrare per altro verso manifestano le già note difficoltà di utilizzo della pista di allenamento della PGS Nicese che oltre che creare difficoltà ad una atleta di livello internazionale come Noemi Mattina, pesano sulla possibilità di svolgere attività per i più giovani".
Certamente positivo in questi campionati è stato registrare una crescita del livello tecnico degli atleti di tutte le società, che fa ben sperare per il futuro; una punta di rammarico per non aver potuto vedere in pista tre degli atleti di punta del pattinaggio Astigiano Noemi Mattina (PGS Nicese), Andrea Nicastro e Federico Trento (Blue Roller) impegnati a Calenzano (FI) con il raduno della Nazionale.
La Categoria Giovanissimi B Femminile ha visto affermarsi Staccione Sara (Blue Roller) prima sia negli esercizi liberi che negli obbligatori, sulle compagne di squadra Sgrinzi Sara e Cavalli Giorgia (seconda e terza) a seguire Mondo Valentina, Cavallo Giulia Rita (Blue Roller) e Stradella Alice (New Asti Skating), vincitore della categoria Maschile è risultato Grimaldi Alberto (PGS Nicese).
Nella categoria Esordienti A Femminile El Fouton Gaia Nesrin (Blue Roller) con due vittorie in libero e obbligatori si è affermata su Ruscalla Veronica e Russo Federica (New Asti Skating) a seguire Bincoletto Irene, Pisana Alessia, Bernardini Alessia e Bernardini Gaia (New Asti Skating).
Nella Categoria Esordienti B Femminile Cavagnero Chiara (Blue Roller), vincitrice della gara di libero, si è affermata di misura nella classifica di combinata su Bologna Giada (New Asti Skating) vincitrice della gara di esercizi obbligatori.
Nella categoria Esordienti B maschile Matteo Penasso (Blue Roller) si è aggiudicato il titolo provinciale con una gara lineare e senza sbavature, eseguendo un esercizio libero di ottimo livello. Nella divisione Nazionale A Coppia Danza ha vinto la coppia composta da Brovero Matilde e Gasparin Marco (Blue Roller).
Nella giornata di domenica hanno gareggiato le Categorie Esordienti regionali, Allievi A, Allievi B, Allievi Regionali, ed i più esperti atleti che militano nelle Divisioni Nazionali e nelle Categorie Effettive.
Esordienti Regionali, nella vivacissima gara di esercizi obbligatori che con ben 16 atleti iscritti è stata la più partecipata si è affermata Forno Beatrice (New Asti Skating) seconda e terza rispettivamente Bravo Clelia (Blue Roller) e Conta Camilla (PGS Nicese) a seguire Todeschini Asia (Blue Roller), Valente Rachele Sigliano Federica (Blue Roller), De Rensis Martina, Bortolomai Gaia (New Asti Skating), Piccarollo Sofia Giulia (PGS Nicese), Albano Francesca (Blue Roller), Bortolomai Ilaria Massa Federica, Ambrosone Giorgia, Bruni Stefania (New Asti Skating), Biscione Eleonora (PGS Nicese) e Montanella Giulia (New Asti Skating).
Nella stessa categoria la gara di Libero è stata vinta da Todeschini Asia (Blue Roller) seconda Conta Camilla (PGS Nicese) e terza Bravo Clelia (Blue Roller) davanti alle compagne di squadra Sigliano Federica e Albano Francesca.
La gara Allievi A femminile ha visto affermarsi Berta Alessandra (PGS Nicese), mentre la combattutissima gara delle Allieve B ha visto prevalere nella combinata aggiudicandosi il titolo provinciale Celeste Melissa (PGS Nicese) davanti a Romito Aurora (New Asti Skating) e Marchelli Chiara (PGS Nicese).
Tra Allieve Regionali ha vinto la gara di Obbligatori Franco Francesca (Blue Roller) a seguire Brovero Matilde (Blue Roller), Limasco Melissa (PGS Nicese), Alloisio Ilaria, El Fouton sabrina (Blue Roller), Salatin Valentina e Bisacco Sara (PGS Nicese). Nella stessa categoria la gara di libero è stata vinta da Alloisio Ilaria al secondo e terzo posto Brovero Matilde ed El Fouton sabrina (Blue Roller) a seguire Limasco Melissa, Salatin Valentina, Bisacco Sara e Grimaldi Veronica (PGS Nicese).
Nella Divisione Nazionale A femminile ha vinto la gara di obbligatori e la combinata Greta Salimbene (New Asti Skating) seguita dalla compagna di squadra Bologna Giada, vincitrice del gara di libero Carlotta Mazzon (PGS Nicese).
Nella Divisione Nazionale B m. ha vinto il titolo di libero Boido Giacomo (PGS Nicese). Divisione Nazionale B femminile in una gara molto combattuta il titolo di combinata è andato a Gavelli Giulia (PGS Nicese) mentre obbligatori è andato a Romito Barbara (New Asti Skating), nella gara di libero vinta da Marta Mingolla (New Asti Skating) ha ben figurato anche la compagna di squadra Pippia Sara.
Nella divisione Nazionale C femminile si è affermata in Obbligatori, Libero a e Combinata Erika Cerutti (PGS Nicese), seguita da Pippia Jessica (New Asti Skating). Divisione Nazionale D femminile titolo di Obbligatori a Nicolò Sara (Blue Roller). Nella Categoria Cadetti femminile, ha vinto obbligatori, libero e combinata Borsello Celeste (New Asti Skating)
Nella Categoria Jeunesse femminile. ha vinto la gara di obbligatori Mingolla Marta (New Asti Skating) seguita dalla compagna di squadra Pippia Sara. Nella Categoria Juniores femminile si è affermata nella gara di obbligatori Pippia Jessica (New Asti Skating).
"Si è trattato se di un campionato Provinciale ricco di luci e con alcune ombre - spiega Giancarlo Trento, delegato provinciale FIHP - per un verso emergono segnali confortanti per il pattinaggio astigiano per il numero dei giovani atleti che si sono affrontati nelle gare e per gli ottimi livelli di pattinaggio che tutti, aldilà delle classifiche, hanno saputo dimostrare per altro verso manifestano le già note difficoltà di utilizzo della pista di allenamento della PGS Nicese che oltre che creare difficoltà ad una atleta di livello internazionale come Noemi Mattina, pesano sulla possibilità di svolgere attività per i più giovani".
Certamente positivo in questi campionati è stato registrare una crescita del livello tecnico degli atleti di tutte le società, che fa ben sperare per il futuro; una punta di rammarico per non aver potuto vedere in pista tre degli atleti di punta del pattinaggio Astigiano Noemi Mattina (PGS Nicese), Andrea Nicastro e Federico Trento (Blue Roller) impegnati a Calenzano (FI) con il raduno della Nazionale.
Apple, la Cina e i costi umani per iPad e iPhone
Incidenti mortali, suicidi e turni di 24 ore sette giorni su sette nella fabbriche dove vengono prodotti tablet e telefono
PECHINO - Semplici eppure geniali. Oggetti di cui non si può più fare a meno: iPad, iPod, iPhone, per citare soltanto i più noti, i più apprezzati, i più rincorsi. Oggetti dalle linee pulite entrati nell’immaginario collettivo. Tecnologia cult che contribuisce a modificare il nostro stile di vita. Ma anche, come un moderno, perverso contrappasso, lo stile di vita chi li produce in conto terzi, ovvero milioni di lavoratori cinesi costretti a rispettare turni estenuanti in condizioni che nessuno, in Occidente, potrebbe nemmeno figurarsi, tanto meno accettare. È il New York Times a far cadere un velo che, per la verità, appare davvero sottile, su una realtà al limite dell’incredibile con una lunga e dettagliata inchiesta cui, finora, la Apple, principale committente di prodotti che ne hanno decretato l’inarrivabile successo degli ultimi dieci anni (utili a 13 miliardi di dollari), non ha voluto replicare ufficialmente.L'INCHIESTA- Questa realtà parla di incidenti, spesso mortali, nelle differenti aziende che lavorano per il gigante americano dell’elettronica stilosa. Con un’attenzione particolare alla Foxconn, se non altro perché è la più grande fabbrica della Repubblica Popolare (un milione e 200 mila tra operai e addetti) che, oltre a quelli della Apple, assembla i prodotti di industrie come Amazon, Dell, Hewlett-Packard, Nintendo, Nokia e Samsung. La Foxconn, entrata nelle cronache per una «epidemia» di suicidi tra i suoi dipendenti, ha il suo centro nevralgico a Chengdu, metropoli di 12 milioni di abitanti nella provincia del Sichuan, ma ha fabbriche ovunque in Cina e, scrive il New York Times, dai suoi capannoni esce il 40% di tutti i prodotti di elettronica venduti nel mondo con svariati marchi.
TURNI MASSACRANTI- Ma i «gioielli» restano ovviamente i colorati oggetti partoriti dal genio del compianto Steve Jobs. Che probabilmente ignorava le condizioni in cui venivano realizzati se è vero che, in passato, aveva lodato la struttura produttiva cinese: «Le loro fabbriche hanno mense, cinema, piscine», aveva detto durante un convegno. Vero, verissimo. Soltanto che il prezzo pagato dai lavoratori è al di là di ogni immaginazione (occidentale). Basta leggere il cartello che mette in guardia gli operai, come una riedizione del dantesco «Lasciate ogni speranza o voi ch’entrate». Dice: «Lavorate duramente oggi o duramente trovatevi un altro lavoro domani». Poi il New York Times elenca con precisione come lavorano i dipendenti: turni sulle 24 ore, sei giorni su sette, 12 ore per turno, senza potersi mai sedere, punizioni per i ritardatari, costretti a scrivere umilianti lettere di scuse, dormitori affollati all’inverosimile.
LA DIFESA- La Foxconn si difende negando di «maltrattare gli operai» e anzi affermando di «rispettare le leggi della Repubblica Popolare». D’altro canto, la Apple ha varato un codice di condotta aziendale che vieta di servirsi di fornitori che impongano condizioni disumane ai dipendenti. Evidentemente, fa capire il New York Times, non sempre queste condizioni vengono verificate puntualmente. Altrimenti la Foxconn non sarebbe tra i fornitori della Casa di Cupertino. Quando il britannico Mail on Sunday ha pubblicato un'inchiesta sui metodi impiegati in un impianto della Foxconn a Shenzhen (turni infiniti e persino punizioni fisiche, come l’obbligo di fare flessioni in stile caserma), alcuni dirigenti della Apple si sono detti «scioccati: non sapevamo che cosa succedesse davvero in Cina, tutto questo deve essere cambiato».
«APPLE NON SI PREOCCUPA» - Nella realtà, poco può essere modificato seguendo la logica del profitto imposta dall’industria fondata da Jobs. Perché i margini per il fornitore sono esigui e possono aumentare soltanto riducendo i costi di produzione. In Cina questo viene fatto a spese dei lavoratori, costretti a turni inaccettabili, a utilizzare prodotti chimici pericolosi, a subire soprusi per lavorare di più e meglio. «Una volta che la Apple ha scelto un fornitore - spiega al New York Times un anonimo (ex) manager - difficilmente si preoccupa se il codice di condotta è rispettato come garantito prima di firmare il contratto». Essenziale, prima di tutto, è che iPod e iPad siano a regola d’arte. O che gli iPhone piacciano al pubblico. Che nulla sa del sudore e della sofferenza nascosti nei circuiti interni.
Paolo Salom26 gennaio 2012
Sei chili di ghiaccio secco in una vasca di acqua bollente.
E' nella top ten dei video più visti su YouTube, e rimbalza da ore su tutti i social network. Protagonisti del video sono alcuni ragazzi italiani che decidono di fare un esperimento: versare sei chilogrammi di ghiaccio secco in una vasca da bagno piena di acqua bollente. Il risultato? E' visibile... e dal bagno, rapidamente, abbraccia tutta la casa...
font:http://www.youtube.com/watch?v=CQmjgJ1bUSY&feature=player_embedded
Video shock: ecco i danni provocati da una sola sigaretta - video
I danni causati dal fumo sono stati ormai ampiamente evidenziati, trattasi di un vizio che vanta un tasso di mortalità elevatissimo in tutto il mondo. Ciò che colpisce in questo video amatoriale, fra i più visti quest'oggi su youtube, sono le immediate conseguenze che una singola sigaretta è in grado di provocare ai polmoni umani, sostituiti in questo caso con dei recipienti di plastica. Un video che sicuramente merita una riflessione
font:http://www.youtube.com/watch?v=qdRcc58DxP0&feature=player_embedded
La storia:avevano deciso l'aborto poi la parrocchia «adotta» bambino
I genitori ripensano alla loro decisione, dopo che padre Nike si impegna a comprare per il bambino quanto serve
LIVORNO - Una famiglia già numerosa, un solo lavoro, una gravidanza inaspettata in un periodo di crisi. Ma l'aborto, già deciso con tanto di appuntamento fissato in clinica, è stato fermato dopo l'intervento di «padre Nike», al secolo don Maurizio De Sanctis, il sacerdote-ballerino al quale la coppia aveva deciso di comunicare la loro decisione.
È successo a Livorno, nel quartiere «rosso» della Rosa, dove sarà la parrocchia ad adottare il nascituro. «La mia comunità parrocchiale ha un mutuo di 200 mila euro, ma un cuore più grande: oggi abbiamo salvato la vita di un bambino» ha scritto padre Nike sulla sua bacheca di Facebook il 20 dicembre, raccontando poi la storia ai fedeli della chiesa di Santa Rosa durante la messa di Natale. La coppia abita proprio in zona, alla Rosa, storicamente tra le più a sinistra della città quando si aprono le urne, ma intorno alla cui chiesa gravitano almeno 5 mila persone. «Compreremo noi ciò che serve al bambino: la carrozzina, l'abbigliamento, il biberon. Tutto ciò che serve quotidianamente - assicura don Maurizio, laureato peraltro in psicologia, oltre che in filosofia e teologia - Solo così sono riuscito a convincere i genitori». Il dialogo tra il prete e la coppia è durato per ore, ma pur condividendo le idee del parroco sul valore della vita, i due erano rimasti scettici: lui lavora, lei no e le spese con tre figli sono già considerevoli. «Così mi sono giocato l'ultima carta e ho detto loro che li avremmo aiutati. Abbiamo fatto di questo Natale il nostro Natale - chiosa padre Nike - È stato come accogliere Gesù».
font:http://corrierefiorentino.corriere.it/firenze/notizie/cronaca/2011/27-dicembre-2011/avevano-deciso-aborto-poi-parrocchia-adotta-bambino-1902671597480.shtml
LIVORNO - Una famiglia già numerosa, un solo lavoro, una gravidanza inaspettata in un periodo di crisi. Ma l'aborto, già deciso con tanto di appuntamento fissato in clinica, è stato fermato dopo l'intervento di «padre Nike», al secolo don Maurizio De Sanctis, il sacerdote-ballerino al quale la coppia aveva deciso di comunicare la loro decisione.È successo a Livorno, nel quartiere «rosso» della Rosa, dove sarà la parrocchia ad adottare il nascituro. «La mia comunità parrocchiale ha un mutuo di 200 mila euro, ma un cuore più grande: oggi abbiamo salvato la vita di un bambino» ha scritto padre Nike sulla sua bacheca di Facebook il 20 dicembre, raccontando poi la storia ai fedeli della chiesa di Santa Rosa durante la messa di Natale. La coppia abita proprio in zona, alla Rosa, storicamente tra le più a sinistra della città quando si aprono le urne, ma intorno alla cui chiesa gravitano almeno 5 mila persone. «Compreremo noi ciò che serve al bambino: la carrozzina, l'abbigliamento, il biberon. Tutto ciò che serve quotidianamente - assicura don Maurizio, laureato peraltro in psicologia, oltre che in filosofia e teologia - Solo così sono riuscito a convincere i genitori». Il dialogo tra il prete e la coppia è durato per ore, ma pur condividendo le idee del parroco sul valore della vita, i due erano rimasti scettici: lui lavora, lei no e le spese con tre figli sono già considerevoli. «Così mi sono giocato l'ultima carta e ho detto loro che li avremmo aiutati. Abbiamo fatto di questo Natale il nostro Natale - chiosa padre Nike - È stato come accogliere Gesù».
font:http://corrierefiorentino.corriere.it/firenze/notizie/cronaca/2011/27-dicembre-2011/avevano-deciso-aborto-poi-parrocchia-adotta-bambino-1902671597480.shtml
Ha preso il via all’Oratorio S.Anna il Memorial “Alberto Cappello”
Modica - La manifestazione organizzata dal Gruppo Pgs è tornata a disputarsi dopo 19 anni dalla sua prima edizione in memoria del giovane centauro modicano che perse la vita in un incidente stradale nella Via Boccone del Povero.Mercoledì sera la cerimonia inaugurale che ha visto la presenza dei genitori e familiari di Alberto Cappello, Padre Scarso, del sindaco di Modica, Antonello Buscema, dell’Assessore allo Sport, Giovanni Spadaro che è anche vicepresidente della PGS, dei responsabili della Pgs Don Bosco, Emanuele Giannì e Sergio Cappello, fratello del compianto Alberto. Ad inizio cerimonia Padre Scarso ha riunito tutti i presenti in un momento di preghiera nel ricordo di Alberto; il capitano della squadra di casa la Don Bosco, Carlo Avola, ha consegnato un omaggio floreale ai genitori di Alberto e si è proseguito con il saluto delle 17 squadre partecipanti al memorial per un totale di oltre 170 atleti che disputeranno le loro gare in notturna a partire dalle 20.00. L’incontro inaugurale ha visto in campo le formazioni della Don Bosco e della Sea Friends concluso con la vittoria della Don Bosco per 6 a 1. Ginnastica: buoni risultati della Polisportiva Niche di Imperia a trofeo nazionale di San Maurizio Canavese
A 10 anni dalla scomparsa di Don Gino Borgogno, fondatore delle Polisportive Giovanili Salesiane, il Comitato Regionale Piemonte PGS, ha organizzato, presso il Centro Polisportivo di San Maurizio Canavese (TO), da venerdì a ieri, il primo Trofeo Nazionale di Ginnastica Artistica intitolato al lungimirante sacerdote, Don Gino, che dedicò tutta la sua vita alla crescita di questo Ente di Promozione Sportiva. 15 le società partecipanti, provenienti da Liguria, Piemonte e Veneto, che si sono sfidate in una competizione a squadre nelle diverse specialità della ginnastica artistica: volteggio, trampolino, trave, corpo libero e parallele.Nel settore femminile le squadre dell'Associazione Sportiva Dilettantistica Niche di Imperia, accompagnate e dirette dagli allenatori, Cordeglio Elena, Ferrari Manuela, Franchini Roberta e Mela Elisa, si sono distinte posizionandosi nella classifica generale come segue: al primo posto con la squadra giovanile (Agnese Serena, Cecchini Katia, Giachino Alice, Musso Beatrice), ed al secondo e terzo posto con le due squadre senior (Bosia Cecilia, Corradi Annamaria, Giacchino Giulia e Loiacono Luana – Peirone Chiara, Piombo Ilaria, Pollero Elisabetta, Ravotto Silvia e Viani Alice). Nelle diverse classifiche per attrezzo, ancora ottimi risultati: 2 ori alla trave con Agnese Serena e Corradi Annamaria, 3 argenti: alla trave Giacchino Giulia e Giacchino Alice, al mini- trampolino elastico: Cecchini Katia, 2 bronzi: al corpo libero ancora Giacchino Alice ed al mini-trampolino elastico: Beatrice Musso. Il Presidente Luciano Franchini si dichiara molto soddisfatto della prestazione delle sue ginnaste:”Questa competizione, in un periodo in cui la preparazione tecnica è ancora incompleta, è stata un efficace momento di confronto ed un test molto importante per valutare il livello delle nostre ragazze, che come sempre hanno dimostrato che l'impegno ed il sacrificio ripagano le fatiche sostenute. Questa verifica ci permetterà, inoltre, di meglio comprendere le nostre lacune e mirare i futuri allenamenti al conseguimento di risultati migliori”. Prossimo appuntamento per tutte le ginnaste dell'ASD NICHE – settore agonistico, nell'anno nuovo con i Campionati Regionali, validi per la qualificazione alle finali nazionali in programma a maggio a Lignano Sabbiadoro.
Carlo Alessi
font:http://www.sanremonews.it/2011/12/12/leggi-notizia/argomenti/sport/articolo/ginnastica-buoni-risultati-della-polisportiva-niche-di-imperia-a-trofeo-nazionale-di-san-maurizio-c.html
Inizia bene la stagione per le atlete della Ginnastica PGS Intemelia
Inizia bene la stagione agonistica per le atlete dell'Associazione Sportiva Dilettantistica PGS Intemelia di Bordighera, tornate ieri con un “en-plein” dal Trofeo d'Autunno, gara a squadre di ginnastica artistica che si è tenuto sabato scorso a San Maurizio Canavese (Torino).Erano ammesse alla gara le atlete che in ogni programma e categoria delle fasi nazionali della Don Bosco Cup 2011 avevano riportato i migliori punteggi nella loro squadra.Le ragazze hanno sostenuto gare di specialità a corpo libero, trave, volteggio e trampolino.Hanno partecipato squadre provenienti da Piemonte, Liguria e Veneto.La PGS Intemelia era presente con una squadra della categoria giovanile del programma A (il più impegnativo) e due squadre, una giovanile e una senior del programma B.Tutte e tre le squadre si sono classificate al terzo posto nelle rispettive competizioni, con punteggi di tutto riguardo.In ogni settore, inoltre, non sono mancate le qualificazioni di specialità; nel programma A la squadra era composta da Serena Sasso, Chiara Artioli e Arianna Saponiero; Chiara Artioli si è piazzata al secondo posto nella specialità volteeggio.La squadra giovanile del programma B (Elena Croesi, Sofia Crespi, Virginia Duce, Valentina Blancardi e Tea Lazzaretti) ha centrato anche tutti i podi di specialità, con Tea Lazzaretti prima a corpo libero, Valentina Blancardi prima a trampolino e seconda a trave; nella squadra senior del programma B, formata da Alice Blancardi, Greta Marra, Federica Politi e Virginia Robbiati, Greta Marra si è aggiudicata il secondo gradino del podio nella specialità trampolino.Ora le ragazze, che si allenano a Bordighera nella palestra dell'Istituto Tecnico “Montale” sotto la guida di Lorenza e Luisa Lorenzi, si preparano, insieme alle compagne che non hanno partecipato a questa prima gara, ai campionati PGS, la cui prima gara regionale è fissata per i giorni 17 e 18 febbraio.La Redazione13 dicembre 2011
“L’anoressia: adesso per me è una malattia stupida”
Mi chiamo Clara, ho 12 anni e ho iniziato a mangiare meno in terza elementare per piacere ad un ragazzo che mi prendeva in giro. Così è iniziata la mia storia di anoressia. La prima cosa che ho fatto è stata togliere i condimenti, ottenendo subito come risultato quello di dimagrire.Pensavo che era meglio morire piuttosto che aumentare di peso. Non andavo più fuori a mangiare perché non potevo mangiare la quantità che volevo. Un giorno sono stata costretta da mia mamma ad entrare in un Ospedale per guarire da questa malattia. Io non volevo stare lì perché non mi trovavo bene né con la dottoressa né con le infermiere. Erano troppo duri nei miei confronti, mi dicevano che non miglioravo mai e quindi mi aumentavano la terapia, cioè mi riempivano il bicchiere fino all’orlo di integratore e se non bastava mi facevano le flebo. Se chiedevo se ero aumentata di peso non mi rispondevano; secondo me avevano il timore che noi ci spaventassimo e che quindi rifiutassimo di mangiare. Dovevo fare tutto quello che dicevano loro anche se non mi piaceva, non potevo più andare a scuola o uscire a divertirmi ed ero sempre giù di morale. Io non volevo essere chiamata anoressica perché per me di questa malattia soffrono le persone che vogliono assomigliare alle modelle e non pensano a vivere, ma solo ad essere magre. Ci sono stati momenti in cui rinfacciavo a mia madre che desideravo morire piuttosto che continuare la cura. Mia mamma era molto preoccupata per me, si sentiva in colpa perché pensava di avermi dato poche attenzioni.
Ed è così che mia madre ha scoperto il Centro Psiche e ho iniziato a frequentare il Day Hospital. Durante il primo colloquio, ho conosciuto la responsabile di questo Centro, che mi è stata immediatamente simpatica e da cui mi sono sentita subito capita. In questo Centro ho trovato un ambiente di cura accogliente, durante i colloqui con la dottoressa non mi sentivo giudicata se mangiavo o non mangiavo. Potevo raccontarle tutto quello che volevo, mi sentivo libera e tranquilla. Trascorrevo del tempo anche con un'altra psicologa, che mi faceva disegnare, giocare e divertire… Ogni volta che andavo inventavamo qualcosa di nuovo, una volta ho preparato i biscotti al cioccolato per la festa della mamma! Ero felice quando arrivavano i giorni della settimana in cui dovevo andare da loro. Ricordo che in uno degli ultimi incontri ho disegnato dei profitterols dicendo che ne avrei mangiati a dozzine. Solo alcuni mesi prima pensavo che sarebbero stati un incubo per la mia linea e una bomba di calorie infinite. Nel giro di pochi mesi ho quindi iniziato a pensare che non volevo essere anoressica, ma che volevo ricominciare a vivere. Adesso penso che l’anoressia sia una malattia stupida.
font:http://www.centropsiche.it/template.php?pag=29870
La sposa è in ritardo, il prete non l'aspetta
Fa discutere la scelta di «padre Nike», il don controcorrente amico di Fiorello e Jovanotti.Il sacerdote ha aspettato 20 minuti. Poi ha dato comunque il via alla messa. «Non era cerimonia privata»
LIVORNO – Il Paradiso si può perdere anche per venti minuti di ritardo. Se poi la ritardatrice è una sposa, poco importa, la messa deve iniziare. Così padre Maurizio De Sanctis, giovane parroco della chiesa di Santa Rosa da Viterbo, quartiere popolare della Rosa a Livorno, allo scoccare del ventesimo minuto di tempo supplementare, ha guardato i tanti fedeli che gremivano la chiesa, ha sorriso ai molti bambini un po’ stufi di stare lì ad aspettare, e ha iniziato la funzione davanti a uno sposo esterrefatto e con i pareti che guardavano nervosamente la porta di ingresso sperando di essere illuminati e rassicurati dalla visione di un velo nuziale e magari dalle note immancabili di Mendelssohn. La sposa invece è arrivata alle 11.22, con oltre venti minuti di ritardo. L’hanno vista salire radiosa i gradini dell’ingresso e poi rimanere a bocca aperta nel vedere il prete continuare a dire messa, il futuro marito impalato davanti all’altare, gli invitati guardare la scena allibiti. Poi la ragazza ha raggiunto rapidamente l’altare per fortuna al momento delle letture e così non si è persa lo scambio degli anelli, il giuramento solenne di fedeltà e il bacio finale con applauso. La storia, raccontata stamani sulla cronaca livornese del Tirreno, ha fatto il giro della città. Confermata dallo stesso parroco, padre Maurizio, ribattezzato da tempo padre Nike per il suo modo di vestire moderno (anche ai piedi), sacerdote giovane e di base, capace di sorprendere con le sue scelte contro correte, amico di Jovanotti e Fiorello. Padre Nike è amatissimo nel quartiere della Rosa. Da quando è arrivato, un annetto fa, la chiesa si è riempita di fedeli e anche atei e «mangiapreti» lo ammirano e lo invitato spesso a casa loro o a qualche dibattito. Il sacerdote ha anche spiegato il motivo perché non ha aspettato un minuto di più la sposa ritardataria. «Non era una cerimonia privata per uno sposalizio – ha detto – ma una messa parrocchiale all’interno della quale due persone si univano in matrimonio. I bambini, che erano in chiese dalle 10 per il catechismo, erano stanchi e nervosi, non potevo aspettare di più». Durante l’omelia padre Maurizio non ha dimenticato una tirata di orecchi alla coppia raccomandando sempre la puntualità. Il Paradiso non può attendere. La messa e il matrimonio, neppure. Andate in pace e rimettete l’orologio. font:http://www.corriere.it/cronache/11_ottobre_11/sposa-in-ritardo-il-prete-non-aspetta_657ce13e-f3e6-11e0-8382-87e70525ad6b.shtml
Iscriviti a:
Post (Atom)






