6 maggio: Festa di San Domenico Savio!


La morte ma non peccati

Domenico nacque il 2 Aprile 1842 a S.Giovanni di Riva, presso Chieri, in provincia di Torino. Cresciuto in una famiglia ricca di valori, fin da piccolo impressionò moltissimo per la sua maturità umana e cristiana. Attendeva il sacerdote fuori dalla Chiesa, anche sotto la neve, per servire alla santa Messa. Era sempre allegro. Aveva preso con serietà la vita, tanto che - ammesso a soli sette anni alla Prima Comunione - tracciò in un quadernetto il suo progetto di vita: "Mi confesserò molto sovente e farò la comunione tutte le volte che il confessore me lo permetterà. Voglio santificare i giorni festivi. I miei amici saranno Gesù e Maria. La morte ma non peccati".
Incontra Don Bosco - va all'Oratorio
A 12 anni incontra don Bosco e gli chiede di essere ammesso nell'Oratorio di Torino, perché desiderava ardentemente studiare per diventare sacerdote. Don Bosco, stupito, gli disse: “Mi sembra che ci sia buona stoffa”. “Io sarò la stoffa: lei sia il sarto, allora”, aveva risposto Domenico.
Accolto all’Oratorio gli chiese di aiutarlo a "farsi santo". Mite, sempre sereno e lieto, metteva grande impegno nei doveri di studente e nel servire in ogni modo i compagni, insegnando loro il Catechismo, assistendo i malati, pacificando i litigi...
Ai compagni, appena arrivato all'Oratorio, diceva: "Sappi che noi qui facciamo consistere la santità nello stare molto allegri". Procuriamo "soltanto di evitare il peccato, come un grande nemico che ci ruba la grazia di Dio e la pace del cuore, di adiempere esattamente i nostri doveri".
La Compagnia dell'Immacolata
Fedelissimo al suo programma, sostenuto da un'intensa partecipazione ai sacramenti e da una filiale devozione a Maria, gioioso nel sacrificio, fu da Dio colmato di doni e carismi. L'8 Dicembre 1854, proclamato il dogma dell'Immacolata da Pio IX, Domenico si consacrò a Maria e cominciò ad avanzare rapidamente nella santità. Nel 1856 fondò con alcuni amici dell’Oratorio la "Compagnia dell'Immacolata" per un'azione apostolica di gruppo.
"...nessuno supera il bel cuore e la bell'anima di Savio Domenico"
Mamma Margherita disse a don Bosco: "Tu hai molti giovani buoni, ma nessuno supera il bel cuore e la bell'anima di Savio Domenico". E spiegò: "Lo vedo sempre pregare, restando in chiesa anche dopo gli altri; ogni giorno si toglie dalla ricreazione per far visita al SS.mo Sacramento... Sta in chiesa come un angelo che dimori in Paradiso". Morì a Mondonio il 9 Marzo 1857. Don Bosco ne scrisse la biografia, e piangeva ogni volta che la rileggeva. I suoi resti mortali si venerano nella Basilica di Maria Ausiliatrice.
La sua festa si celebra il 6 Maggio. Pio XI lo definì un “piccolo, anzi grande gigante dello spirito”. È patrono delle mamme in attesa, e per sua intercessione si registrano ogni anno un numero sorprendente di grazie.
Fu beatificato a Roma il 5 marzo 1950 da Pio XII e anonizzato il 2 giugno 1954 da Pio XII

Preghiera a San Domenico Savio
Angelico Domenico Savio,
che alla scuola di Don Bosco imparasti a percorrere le vie della santità giovanile, aiutaci ad imitare il tuo amore a Gesù, la tua devozione a Maria, il tuo zelo per le anime; e fa'che, proponendo anche noi di voler morire piuttosto che peccare, otteniamo la salvezza eterna. Amen!

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Cile, il gol acrobatico ammutolisce lo stadio

Nel match di prima divisione cilena fra Cobreloa e Unión San Felipe, gli ospiti passano in vantaggio con una prodezza acrobatica. Al minuto 59’, l’attaccante Matias Urbano riceve un cross dalla sinistra. Il pallone sembra destinato a perdersi sul fondo, ma il 29enne argentino riesce in una deviazione area molto particolare. Colpisce la sfera con il piede destro, con un salto inconsueto ma efficace. I quattromila spettatori dello stadio Municipal di Calama rimangono ammutoliti, per poi ritrovare la voce al momento del definitivo pareggio del Cobreloa al minuto 68’




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Ecco la passeggiata più pericolosa del mondo

Fare una "due passi" sul monte Hua Shan, in Cina, vuol dire rischiare continuamente la vita. Non è una camminata per chi soffre di vertigini quella che collega i picchi della montagna, alta poco più di 2.000 metri. I turisti più coraggiosi si reggono a una catena fissata alla roccia e muovono i loro passi su strette assi di legno e insidiosi gradini scavati nella pietra.



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La canzone della beatificazione di Wojtyla

Il cantante Matteo Setti interpreta ''Non abbiate paura'', il brano incentrato sulla figura di Papa Giovanni Paolo II, che verrà presentato in concomitanza con le celebrazioni per la sua beatificazione. La canzone ha ottenuto il nulla osta della libreria Editrice Vaticana, Radio Vaticana e utilizzo per il video delle immagini del Centro Televisivo Vaticano



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IL RACCONTO "Io, condannato a vincere da un padre mostro"

Esce in Italia "Open", la sorprendente biografia dell'ex tennista che racconta come è diventato un campione, e come è arrivato a odiare il suo sport per colpa di un genitore violento, brutale, ossessivo. Eccone un passaggio di ANDRE AGASSI


Il mio odio per il tennis si concentra sul drago, una macchina lanciapalle modificata dal mio vulcanico papà. Nero come la pece, montato su grosse ruote di gomma e con la parola prince dipinta in bianche lettere maiuscole lungo la base, il drago assomiglia a una qualunque macchina lanciapalle di un qualsivoglia circolo sportivo americano. In realtà, però, è una creatura vivente uscita da uno dei miei fumetti. Il drago respira, ha un cervello, una volontà, un cuore nero - e una voce terrificante. Risucchiando un'altra palla nel proprio ventre, il drago emette una serie di rumori disgustosi. (...) Quando il drago punta dritto su di me e spara una palla a 180 chilometri all'ora, emette un ruggito da belva assetata di sangue che mi fa sobbalzare ogni volta. Mio padre lo ha reso spaventoso di proposito. (...) Papà dice che se colpisco 2500 palle al giorno, ne colpirò 17.500 alla settimana e quasi un milione in un anno. Crede nella matematica. I numeri, dice, non mentono. Un bambino che colpisce un milione di palle all'anno sarà imbattibile. Colpisci prima, grida mio padre. Accidenti, Andre, colpisci prima. Stai addosso alla palla, stai addosso alla palla. Adesso è lui che mi sta addosso. Mi grida direttamente nelle orecchie. Non basta colpire quello che il drago mi spara contro; mio padre vuole che colpisca più forte e più in fretta del drago. Vuole che batta il drago. Il pensiero mi sgomenta. Mi dico: non puoi battere il drago. Come si fa a battere qualcuno che non si ferma mai? A ben pensare, il drago assomiglia un sacco a mio padre. Solo che papà è peggio. Per lo meno il drago ce l'ho davanti, dove posso vederlo. Mio padre invece mi sta alle spalle. Non lo vedo mai, lo sento soltanto, giorno e notte, che mi urla nelle orecchie. Più topspin! Colpisci più forte. Colpisci più forte. Non in rete! Maledizione, Andre! Mai in rete! (...)
A mio padre piace sparare ai falchi. La nostra casa è ammantata delle sue vittime, uccelli morti che coprono il tetto come le palle da tennis coprono il campo. Mio padre dice che i falchi non gli piacciono perché scendono in picchiata sui topi e su altre indifese creature del deserto. Non sopporta l'idea di un animale più forte che ne cattura uno più debole. (Questo vale anche per quando va a pesca: qualunque pesce prenda, gli dà un bacio sulla testa squamosa e lo ributta in acqua). Ovviamente non si fa scrupoli di catturare me, non lo turba vedermi boccheggiare al suo amo. Non coglie la contraddizione. (...) Sono l'ultima speranza del clan Agassi. A volte apprezzo le sue attenzioni, ma altre volte vorrei essere invisibile, perché papà può fare paura. Fa delle cose... Per esempio, spesso s'infila pollice e indice su per il naso e poi, irrigidendosi per il dolore che gli fa lacrimare gli occhi, si strappa un bel ciuffo di peli neri. È così che si prende cura del proprio aspetto. Con lo stesso spirito si rade senza schiuma da barba né crema. Semplicemente si passa a secco un rasoio usa e getta sulle guance e sulla mascella, poi lascia che il sangue gli scorra sul viso finché non si asciuga. (...) Tiene un manico d'ascia nella sua auto. Non esce mai di casa senza una manciata di sale e pepe in ciascuna tasca, nel caso si trovi ad azzuffarsi per strada e debba accecare qualcuno. (...) Sono in macchina con papà un giorno, diretti al Cambridge, e lui inizia a litigare con un altro automobilista. Ferma l'auto, scende e ordina all'uomo di fare altrettanto. Poiché mio padre sta brandendo il suo manico d'ascia, quello si rifiuta. Papà allora gli colpisce con il manico i fari anteriori e posteriori, mandandoli in frantumi. Un'altra volta mio padre allunga un braccio e punta la pistola contro un altro automobilista, tenendola all'altezza del mio naso. Io fisso dritto davanti a me, immobile. Non so cosa abbia fatto di male quell'altro, so solo che è l'equivalente automobilistico di tirare in rete. Avverto la tensione del dito di mio padre sul grilletto. Poi l'altro sgomma via, seguito da un suono che sento di rado: la risata di mio padre. Sta ridendo a crepapelle. Mi dico che ricorderò questo momento - papà che ride, tenendomi una pistola sotto il naso - campassi cent'anni. (...) L'ultimo posto dove vorrei essere, a parte un campo da tennis, è in auto con mio padre.

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Cane balla insieme al padrone

Protagonista di questo video è Pinga, un bulldog francese, che con la sua abilità sta davvero avendo un grande successo su internet. Infatti, il cagnolino ha una vera è propria passione per la musica rap e da discoteca, sicuramente trasmessagli dal suo padrone, con il quale balla in questo video. Non appena il ragazzo mette la musica e inizia a muoversi a ritmo di musica, subito lo segue Pinga, che è davvero bravissima a copiare i suoi movimenti.



http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=f5Wbx-aqtYk

SOCIETA'. Dai locali jazz al mondo intero i segreti del "dammi il cinque"

Negli Usa dal 2002 esiste il "National High Five Day", che cade il terzo giovedì di aprile. Ma in pochi sanno chi ha ideato il gesto più famoso del mondo di SARA FICOCELLI

PER GLI americani il ricordo va ai tenenti "Maverick" e "Goose" in Top Gun, per gli italiani al team dei Ringo Boys e al tormentone dell'ex "deficiente" Jovanotti. L'"high five", "give me five" o "dammi il cinque" da oltre mezzo secolo è uno dei gesti più diffusi al mondo e, per quanto circondato da uno spesso alone vintage, non passa mai di moda. Negli Usa dal 2002 esiste il "National High Five Day" 1, che cade il terzo giovedì di aprile (quest'anno il 21, l'anno prossimo il 19), ma malgrado tanta riconoscenza in pochi sanno chi lo ha ideato, cosa significa e come l'usanza di battere il palmo contro quello di un altro si sia diffusa in modo tanto capillare. C'è chi dice che il cinque rappresenti la forza universale e l'individualità e che il "gimme five" sia simbolo della trascendenza a esistenze superiori; altri sostengono che fosse il saluto usato tra i ragazzi neri di Harlem negli anni '70. La verità sta nel mezzo, tra la spiritualità della musica e la gestualità parlante dei neri d'America. L'antenato dell'"high five" è figlio del jazz e nasce negli Usa negli anni '20, diffondendosi in breve dalle bettole ai locali chic del nuovo mondo. Era il gesto d'intesa che i musicisti di colore si scambiavano tra una canzone e l'altra, un po' come a dire "fratello, ce l'abbiamo fatta". Partendo umilmente dal basso. I primi "give me five" erano infatti dei "low five", il palmo si batteva senza alzare le mani, e in gergo si parlava di "giving skin" e "slapping skin". Non c'è una data di nascita precisa, ma l'usanza è stata immortalata per la prima volta dal cantante Al Jolson nel 1927, nel film sonoro "The jazz singer". I bianchi si erano innamorati al punto del "give me five" dei signori del jazz che il girl group statunitense delle Andrews Sisters, nel film "In the navy" del 1941 di Abbot & Costello, intonò per i marinai "Gimme some skin, my friend", con un chiaro riferimento alla tradizione afro: "If you want to shake my hand / like they do it in Harlem, /stick your hand right out and shout / "Gimme some skin, my friend!".
Da allora è stato un crescendo. Fino al 1977, quando il campione del baseball Glenn Burke schiacciò il palmo contro quello di Dusty Baker durante una partita dei Los Angeles Dodgers, consacrando l'"high five" nell'olimpo dei gesti sportivi più amati. Un altro campione, Lamont Sleets, per gli amici "Mont", ha sempre sconfessato questa versione, sostenendo di essere stato lui il primo a portare il cinque nei tornei, partendo dai campi di basket della Murray State University negli anni '60. E' solo una delle tante diatribe sulla paternità del "give me five", che in America danno sfogo alla rivalità tra basket e baseball. C'è addirittura attrito sull'origine del termine: i cestiti sostengono di averlo coniato per primi tra il 1979 e il 1980, ma per gli amanti del baseball il battesimo è merito del campione Derek Smith, dell'università di Louisville. Al di là dei diritti d'autore, il "cinque" è diventato un gesto ricorrente tra film, spot e vita quotidiana, quando Baker ha schiacciato la sua manona da professionista sportivo contro quella del collega in diretta tv. Il termine "high five" è entrato nell'Oxford English Dictionary nel 1981, trasformandosi anche in un verbo, e nel 2002 tre studenti dell'università della Virginia hanno fatto scalpore intraprendendo una vacanza on the road con lo scopo di dare il cinque a tutte le persone conosciute nel viaggio, lanciando un messaggio di pace laico e trasversale. Nel 2005 la loro idea è stata premiata con un monumento ufficiale nella città di San Diego e da qui è nato il National High Five Day come celebrazione ufficiale. Una storia nobile, quella del "dammi il cinque", fatta di emancipazione razziale e fratellanza, campi sportivi e campus universitari: peccato relegarla a un semplice "gimme five".

font:http://www.repubblica.it/esteri/2011/04/27/news/gimme_five-15342395/

Quando il cuore si ferma

L'ho sentito arrivare che stavo a casa mia, pronto a recarmi a un incontro, dove mi attendevano molte persone. A discutere di cambiamenti sociali,culturali, religiosi. Mi ha fermato un dolore muto. Più che un dolore, un senso di oppressione al di sotto della bocca dello stomaco. Tanto che ho pensato a un'indigestione - la sera prima, sul tardi, avevo mangiato la pizza con un amico. Non dovrei, perché la digerisco a fatica, ma mi piace. E a volte - poche - transigo. Sono rimasto lì ad ascoltare questo dolore muto, che non accennava a diluire, a perdere intensità, nonostante l'attesa. Nonostante qualche palliativo. Non l'avevo mai provato. Non richiamava il pericolo che tutti, alla mia età, temono. L'Incombente, che ti aspetta all'angolo della strada, in qualsiasi momento della tua vita. Ti aggredisce. All'improvviso. Non avevo dolori al torace, alle spalle. Solo questa pressione allo stomaco, che si allargava e si acuiva. Ma io sapevo, ne ero certo, che era lui. Stava arrivando. E non l'ho atteso. Ho avvertito mia moglie: "Portami all'Ospedale subito. Sta arrivando". E lei, con il (suo) cuore in bocca, mi ha caricato in auto ed è partita. Mentre il senso di oppressione diventava più pesante e mi faceva male. Ha viaggiato di corsa, sempre più di corsa, azzardando sorpassi e manovre che mai aveva rischiato, nella sua vita. In un quarto d'ora siamo arrivati al Pronto Soccorso dell'Ospedale San Bortolo, dove il mio amico Vincenzo mi ha accompagnato dritto in sala operatoria.
Pronta. Perché ne era appena uscito un'altra persona, un 40enne, colpito da infarto. Mi hanno operato subito, dopo che i test dedicati avevano confermato che avevo ragione.L'Infarto: era arrivato. Appena arrivato. E io ero arrivato. Appena in tempo. Mentre la sonda risaliva l'arteria femorale destra, sul monitor ho visto, intuito il mio cuore trafitto. La coronaria sinistra chiusa. Riaperta. Ho visto il mio ventricolo sinistro, contrarsi. Ho sentito dolore. Un dolore non più muto,
ma forte, violento. Come mai avevo provato. Un dolore senza un luogo, un punto specifico e definito. L'ho sentito defluire, insieme al sangue che attraversava di nuovo il mio cuore. Tutto finito, mi hanno detto. Tutto passato. Il peggio. Mi hanno detto, mentre mi portavano all'Unità di Terapia Intensiva Coronarica. Dove sono rimasto sette giorni. Un altro intervento per liberare e cautelare la coronaria. Tre stent. Quasi un simbolo di status, mi hanno scritto molti amici. Il marchio di un club. Tutto passato. Il peggio. Mi hanno detto. E continuano a dirmi, via via che le mie condizioni migliorano. Tutto passato. Ma il presente è diverso. Sette giorni con me stesso. Accanto a me solo i medici, gli infermieri, le infermiere. Mia moglie. Sette giorni a guardarmi dentro. Ad ascoltarmi. A entrare dentro il mio cuore. Che, per definizione, è un muscolo involontario. Funziona a prescindere dalla nostra volontà. Per vivere dovremmo vivere come se. Non ci fosse. Ma c'è. Lo so. Per giorni, attaccato a un contropulsatore, gli occhi fissi sul monitor che esplorava il mio cuore senza sosta, l'ho guardato. Cioè: mi sono guardato e ascoltato dentro.
Protetto dal mondo, che non doveva interferire con il rapporto fra me e il mio cuore. Fra me e me. Gli echi di quel che succede fuori mi sono arrivati, attraverso i giornali, una radiolina. Sgradevoli. Più sgradevoli di sempre. La nostra indifferenza nei confronti degli altri che abitano davanti a noi. Mi è parsa oscena. La pagheremo. E poi il rumore di fondo, con quell'immagine sempre in movimento, la stessa, lo stesso, che si agita, strepita, sempre lui, sempre fermo, nello stesso punto. E il rumore mediatico che lo amplifica. Insopportabile.L'Infarto mi ha cambiato. Mi ha fatto sentire solo e, al tempo stesso, meno solo. Perché in un mondo di relazioni disattente e multiple tutto sembra uguale, in-differente. Durante e dopo l'infarto ti guardi dentro e intorno. E senti. L'importanza dei tuoi. La moglie, i figli. Mio padre, le mie sorelle. I legami stretti. Ma anche la rete delle persone che contano. E non sono poche. L'infarto è un'occasione, se hai la fortuna di incontrarlo senza danni irreparabili. È un'occasione che ti è data. D'altronde, non può essere per caso. Che io lo senta, quando ancora non è arrivato. E che mi raggiunga a casa, e non in viaggio oppure lontano, come mi capita spesso e sempre più spesso. Che, di sabato, io trovi una sala operatoria preparata e una dottoressa, esperta pronta a operarmi. Come fossero lì, ad attendermi. Che tutto avvenga in una Unità terapeutica di eccellenza. Non può essere un caso. Per caso. L'infarto è un'occasione, se lo accogli senza fingere. Che nulla sia cambiato. Che tutto continuerà come prima. Se non ti fai prendere dal panico e dalla paura. Dalla paura della paura.
L'infarto è l'occasione per ri-cominciare. Se ne sei capace. Per guardarti dentro e intorno. Perché domani, certo, è un altro giorno. Ma anch'io, oggi, sono un altro. Diverso da prima. E non sarò più lo stesso. E' il motivo per cui ho scritto queste cose. Non me le sono tenute dentro, per pudore e con paura. Ho raccontato i fatti miei. Ho esibito me stesso. (Sfidando il fastidio di molti a cui, sicuramente, dei fatti miei non interessa molto). Ma l'ho fatto - anzitutto e soprattutto - per me. Per non dimenticare.Per impedirmi di ritornare. Indietro.

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La spettacolare Via Lattea e le nuvole d'oro

Una Via Lattea mai vista prima grazie alle riprese effettuate dalla montagna El Teide, la più alta della Spagna, dove si trova uno degli osservatori migliori del mondo. Una settimana per creare questo video e parecchie difficoltà per il fotografo Terje Sorgjerd, fra le quali una tempesta di sabbia del deserto del Sahara arrivata fino in Spagna che ha l'aspetto di nuvole dorate al secondo 32 del filmato



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Simpatico battibecco tra padre e figlio

Guardate un po' questa divertente discussione tra un padre e il suo bambino. I due devono uscire, ma il problema è come: a piedi o con la macchina? Infatti, il piccolo, appena il papà gli dice di uscire si avvia verso la macchina, probabilmente scocciato dal fatto di dover camminare a piedi come vuole il padre. Inizia così un battibecco: "andiamo a piedi", "si", "no", "si", "no",fino a quando con uno stratagemma il papà riesce a fargli dire ciò che vuole.




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PGS: al via le Pigiessiadi edizione 2011

Al via l’organizzazione delle Pigiessiadi edizione 2011 dedicate all’Italia che celebra il 150° della sua unità nazionale. Le finali regionali si svolgeranno al Villaggio Kastalia di Ragusa dal 20 al 22 maggio per le categorie Mini, Propaganda e Scolastiche, dal 26 al 29 maggio per le categorie giovanili e libera. Programmi intensi strutturati non soltanto con gare nelle diverse discipline del basket, calcio a cinque, volley ma anche con momenti di incontro, festa, animazione e formazione.

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Tsunami, nuovo video: in fuga dall'onda con la telecamera

Un nuovo, drammatico video amatoriale dello tsunami che ha colpito il Giappone mostra per la prima volta cosa voglia dire scappare avendo l'onda anomala alle spalle. Moglie e marito attendono fin troppo prima di allontanarsi dalla costa. L'uomo riprende con la sua telecamera la massa d'acqua che si avvicina, pensando probabilmente di essere a distanza di sicurezza. Quando le onde invadono la strada, però, si rendono conto che rischiano di essere travolti. E fuggono disperatamente. La telecamera, rimasta accesa per tutto il tempo, documenta la loro corsa per mettersi in salvo.



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RICERCA Un cervello per amare neuroscienze, è sfida

Presentato al Brain Forum lo studio di Mobley sull'attivazione delle emozioni fra neuroni. Secondo lo scienziato dell'University of California, entro una ventina d'anni sarà possibile intervenire sulle emozioni passando dalla corteccia cerebrale. E intanto l'Italia lavora per creare, entro il 2020, il primo modello di cervello artificiale di SARA FICOCELLI

Un cervello per amare neuroscienze, è sfida Secondo i ricercatori, presto sarà possibile intervenire sui neuroni per "pilotare" le emozioni DI che colore è il pensiero? La scienza ancora non ha una risposta ma tutti percepiamo - come ha scritto il presidente di Brain Circle Italia Viviana Kasam - che "il pensiero è pittore... dipinge le nostre emozioni, la speranza, l'invidia, l'estasi, il lutto, la passione". E l'amore. Del "Brain built for love", il cervello fatto per amare, si è parlato alla seconda edizione del Brain Forum di Milano, appuntamento che il 4 e 5 aprile ha raccolto al Piccolo Teatro il fior fiore dei neuroscienziati di tutto il mondo.
Il dottor William C. Mobley, direttore del Center for Down Syndrome Research and Treatment all'Università di Stanford e dal 2009 titolare della cattedra di Neuroscience all'University of California, San Diego, ha spiegato come la nostra mente sia programmata per ricevere, elaborare e inviare informazioni e come questa continua sinergia tra neuroni sia alla base dell'amore romantico, di quello amicale e di quello materno. Tre emozioni diverse, basate sui medesimi processi comunicativi perché l'amore, di qualunque natura esso sia, attiva sempre le stesse aree del cervello. Mobley ha studiato a lungo gli scambi di informazioni tra circuiti neuronali, "all'inizio usando strumenti grezzi, primitivi - ha spiegato al forum - e poi decifrando i dati in maniera sempre più approfondita. La mia idea è che esista la possibilità, per lo scienziato, di intervenire sulla chimica neuronale e in particolare sulla capacità del cervello di provare empatia e compassione, due emozioni fondamentali, alla base del sentimento amoroso". Empatia e compassione, dunque. La prima sottintende una volontà di comprendere l'altro, la seconda un senso di partecipazione rispetto a una situazione. Entrambe si sviluppano nella corteccia cerebrale anteriore, adibita ai sentimenti soggettivi, che crea quella "consapevolezza di sé" che ci rende unici. Secondo Mobley, il processo che porta la mente a focalizzarsi su un oggetto e a intergrare questa percezione con sentimenti soggettivi è alla base dell'amore. E la cosa straordinaria è che monitorare e rimodulare questo meccanismo è possibile, utilizzando strumenti di ultima generazione in grado di studiare l'anatomia del cervello. "Il dolore, ad esempio - spiega lo scienziato - nasce nell'insula cerebrale anteriore, nella corteccia del cingolo, che riceve informazioni simpatico-sensoriali e permette la comunicazione fra area destra e sinistra, tra zona limbica sensoriale e corteccia del cingolo. Intervenire sui meccanismi di comunicazione tra A e B permetterebbe di calibrare la sensibilità del cervello alla sofferenza e di capire, tra le altre cose, perché è così difficile amare". A detta dello scienziato, questi studi permetteranno, entro i prossimi 20 anni, non solo di migliorare la situazione di persone affette da disturbi affettivi (una per tutte, l'incapacità di provare empatia, determinata da squilibri nella zona frontotemporale) ma anche di approfondire gli aspetti più specifici dei rapporti umani, permettendo a tutti, come ha ricordato lo stesso Mobley, di "amare di più per vivere più a lungo e meglio". "Quando si dice che l'amore è cieco - ha concluso - si fa riferimento a una verità scientifica, perché è proprio la deattivazione di alcune zone corticali la base dell'amore materno, eterno per definizione". Che la neuroscienza stia facendo passi da gigante nella scoperta dei misteri della mente lo conferma un altro progetto presentato al Brain Forum, "Human Brain", di durata decennale, finalizzato a ricreare, entro il 2020, il primo modello completo di cervello artificiale. Il progetto è candidato al Premio Flagship, sponsorizzato dalla Commissione europea, che premierà le due iniziative scientifiche più meritevoli con cospicui finanziamenti e si avvale della partecipazione di neuroscienziati come Henry Markram del Brain Mind Institute di Losanna, Idan Segev della Hebrew University di Gerusalemme e di circa un centinaio di laboratori in Europa. I quattro gruppi fondatori italiani sono l'Università di Pavia, il Politecnico di Torino, l'università di Firenze e il CNR e il tutto si inserisce nell'ambito del "Blue Brain Project" 1, progetto avviato nel maggio 2005 da IBM in collaborazione con Henry Markram e con l'École Polytechnique di Losanna in Svizzera. Ma questo supercervello artificiale sarà mai capace di amare?

font:http://www.repubblica.it/scienze/2011/04/11/news/cervello-14678849/

IL GIORNO Giovanni Paolo II santo si festeggerà il 22 ottobre

Emanato il decreto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti. Alla memoria del Papa polacco si potranno anche intitolare le chiese

CITTA' DEL VATICANO - La data in cui sarà celebrata ogni anno la memoria liturgica del nuovo beato Giovanni Paolo II sarà il 22 ottobre, anniversario dell'inizio del suo pontificato. Lo dispone il decreto emanato dalla Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, pubblicato sull'Osservatore Romano nell'edizione di domani. La celebrazione del nuovo beato riguarderà la diocesi di Roma e le diocesi della Polonia: non è stato infatti concesso il "culto universale", che era stato richiesto dal Vicariato all'inizio della causa di beatificazione. Il decreto sul culto a Giovanni Paolo II pubblicato oggi dall'Osservatore Romano include la possibilità di "dedicazione di una chiesa a Dio in onore del nuovo Beato". E non ci sarà bisogno per questo di una specifica autorizzazione vaticana se la diocesi interessata avrà già deciso in precedenza di inserire la memoria liturgica del beato, fissata per il 22 ottobre a Roma e in Polonia, nel proprio calendario liturgico. O se lo avrà fatto anche a suo nome la Conferenza Epicopale competente. "La scelta del Beato Giovanni Paolo II come titolare di una chiesa - si legge nel testo redatto dalla Congregazione - prevede l'indulto della Sede Apostolica eccetto quando la sua celebrazione sia già iscritta nel Calendario particolare: in questo caso non è richiesto l'indulto e al beato, nella chiesa in cui è titolare, è riservato il grado di festa".

font:http://www.repubblica.it/cronaca/2011/04/11/news/giovanni_paolo_ii_santo_si_festegger_il_22_ottobre-14803253/

IL CASO Cinque metri quadri per bimbo l'asilo nido diventa low cost

Senza fondi pubblici le rette salgono e la qualità si abbassa. Con l'appalto ai privati meno ore, spazi e attività educative. E cresce la protesta: a Bologna è già sceso in piazza il "popolo dei passeggini" di MARIA NOVELLA DE LUCA

ROMA - Convenzioni "low cost", appalti al ribasso, rette più alte, orari più corti. Educatori precari, mal pagati, poco formati, costretti a turni più lunghi, con un numero di bambini da gestire spesso oltre i limiti di legge. I soldi non ci sono più, i Comuni hanno i conti in rosso, e la rete degli asili nido italiani, poco estesa è vero, ma in alcune regioni eccellente, rischia adesso il collasso. Sulla pelle dei più piccoli tra i piccoli, i bimbi 0-3 anni, in quei mille giorni della prima infanzia in cui un buon nido, così dimostrano ormai decine di ricerche e soprattutto gli studi del Nobel americano James Heckman, può diventare uno straordinario volano per lo sviluppo futuro. Senza fondi pubblici le rette salgono e la qualità si abbassa. Cartoline da un'Italia che torna indietro. Dove la crisi spazza via anche le cose migliori. Dove il numero dei posti-nido, che era (miracolosamente) salito dal 10 al 17% in tre anni, grazie al finanziamento di 446 milioni di euro del piano straordinario deciso nel 2007 dal governo Prodi, oggi rischia di perdere numeri e qualità. Finiti quei soldi, per il 2011 ci saranno ancora un po' di risorse del "fondo per la famiglia", poi più nulla. Un deserto. Che ci allontanerà ancora una volta dall'obiettivo europeo che aveva fissato per il 2010 al 33% la quota minima di posti all'asilo nido per ogni regione. E mentre si aprono le iscrizioni per l'anno 2011/2012 la protesta cresce. A Bologna, nel cuore del welfare che funziona, è sceso in piazza il "popolo dei passeggini" mamme e bebè muniti di fischietto che hanno sfilato per le vie del centro contro la chiusura di alcuni storici nidi comunali. A Roma non si placa lo scandalo delle convenzioni a prezzo stracciato: appalti concessi dal sindaco Alemanno a cooperative che hanno accettato contributi comunali soltanto di 475 euro a bambino, contro i 700 ritenuti necessari dal Cnel a garantire gli standard minimi di qualità. E a Milano il comune ha "accreditato" asili privati a tariffe low cost (520 euro a bambino), mentre a Firenze sono stati gli educatori dei nidi comunali a protestare contro "l'esternalizzazione" dei servizi per la prima infanzia. In una giungla di normative e di regolamenti dove ogni regione fa da sé, dai metri quadri che devono essere assicurati ad ogni bambino, (6mq in Lombardia, 7 in Emilia Romagna, 10 nel Lazio) al numero di piccoli e piccolissimi che ogni educatore deve avere in carico. Spiega Lorenzo Campioni, pedagogista, collaboratore del "Gruppo nazionale nidi d'infanzia": "La crisi è grave, con questo taglio di fondi si rischia di passare dal nido come luogo educativo al nido come luogo assistenziale, dove i bambini vengono "guardati" ma non stimolati a sviluppare le loro qualità e i loro talenti. E purtroppo va in questa direzione anche la scelta di finanziare asili domiciliari, tagesmutter, con l'idea che basta essere donne, madri, e fare qualche ora di corso per potersi occupare di un gruppo di bambini... Il problema non è la contrapposizione tra i nidi pubblici - continua Campioni - e i nidi in convenzione. Il sistema integrato può anche funzionare, il punto sono i fondi e il controllo dei Comuni. Se le cooperative ricevono meno soldi, faranno pagare rette più alte, taglieranno le ore, prenderanno personale meno esperto, senza sostituirlo nelle malattie, aumentando così il numero di bambini per ogni educatore". Eppure la campagna low cost va avanti, come denuncia Pino Bongiorno, presidente della Legacoop del Lazio, che si è rifiutata di partecipare ai bandi proposti da Alemanno. "E' impossibile gestire un nido con una convenzione di 475 euro a bambino. Per rientrare in quei costi chi gestisce gli asili avrebbe dovuto violare i contratti, assumere in nero, abbassare gli standard di sicurezza. Abbiamo detto no, e Alemanno è stato anche "bocciato" dall'Authority dei contratti, che ha giudicato gli asili low cost illegittimi. Ma il Campidoglio va avanti: purtroppo il parere dell'Authority non è vincolante". A sorpresa è stata un'associazione storica e di qualità, "Il centro nascita Montessori", ad aggiudicarsi uno di questi appalti, accettando una convenzione a tariffe stracciate. Ma la presidente, Laura Franceschini, si difende: "Siamo del tutto coscienti dei gravi limiti di questo bando, ci batteremo perché i parametri vengano cambiati, ma aprendo un nuovo nido volevamo salvare il posto di lavoro ad un gruppo di nostri educatori, dopo la chiusura di un nido aziendale che avevamo gestito per sette anni...". Parole, dati, cifre che dimostrano quando il "sistema nidi" sia fragile. E quanto, con le parole di Lorenzo Campioni, basti il taglio di qualche ora, un'attenzione in meno, per creare ansia e danni a bimbi così piccoli. "Pensate alla differenza tra il cambiare un bambino in un minuto e mezzo, perché ce ne sono altri 10 a seguire, o cambiarlo in 4 minuti, sorridendo e parlandogli: le sue sensazioni saranno di pace e serenità, invece che di fretta e di stress.

Vi sembra poco?".

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Boom su YouTube per la nascita degli aquilotti

Più di 200mila contatti per il video che mostra delle piccole aquile reali che escono dal guscio dell'uovo: è questo l'ultimo successo "virale" della rete .Tutte le mattine migliaia di utenti si precipitano a osservare lo stato di maturazione delle uova, tenute sotto osservazione da una mini telecamera posizionata a Decorah (Iowa) sul nido in cima a un albero alto 30 metri dall'associazione no-profit Raptor Resource Project. In questo video, uno dei tanti postati su YouTube, le immagini del primo uovo che si schiude.


Catania-Palermo 4-0 | Sky HD | Gol Parade

Festa Catania nel derby Palermo spazzato via: 4-0

La squadra di Simeone dilaga nel secondo tempo: apre un autogol di Balzaretti, poi le reti di Bergessio, Ledesma e Pesce. Simeone si rilancia nella lotta salvezza, nuovo crollo per i rosanero di Cosmi

L'onda e la furia dello tsunami: nuovo video

Ancora una volta le immagini amatoriali dello tsunami che ha colpito il Giappone mostrano come pochi metri abbiano segnato la differenza tra la vita e la morte per molte persone. In questo caso decine di individui hanno trovato rifugio in edifici adibiti a parcheggio. Tutto intorno l'inferno: l'acqua trascina via ogni cosa e si alza sempre più di livello, risparmiando miracolosamente i piani alti dei palazzi



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IL CASO Scherzano e fumano in rianimazione sospesi medici e infermieri a Grosseto

Le foto dei sanitari che scherzano in terapia intensiva all'ospedale della Misericordia erano state pubblicate sul profilo Facebook di uno del gruppo. La Asl li ha sospesi. Il sindaco: "Vicenda vergognosa" di MARIO NERI

Tutti sospesi per quelle foto pubblicate su Facebook. C'è chi ride, chi scherza, addirittura chi si fuma sigarette mentre nella stanza accanto ci sono persone in coma. Succede all'ospedale della Misericordia di Grosseto, dove quattro sanitari, fra medici e infermieri, stamani sono stati sospesi dal servizio dall'Asl locale per aver commesso "fatti che rivestono caratteristiche di gravità inaudita", precisa l'azienda sanitaria. L'episodio risale a un anno e mezzo fa, ma le immagini sono state pubblicate stamani dal Corriere di Maremma su segnalazione di una cittadina indignata. Aveva visto gli scatti sul profilo Facebook di uno dei dipendenti dell'ospedale. Le foto ritraggono il personale mentre fuma nel reparto e gioca fasciandosi con garze, bende, cerotti.
"Sono indignata - scrive la lettrice che ha segnalato la vicenda al giornale - per il solo fatto che malati inconsapevoli possano esser stati scherniti con così tanta scioltezza. Per il senso civico ritengo opportuno rendere noto questo fatto tanto increscioso affinchè non accada mai più". La donna evidenzia anche la mancanza di "rispetto per la sofferenza altrui". "E' stata calpestata la privacy - aggiunge la lettrice - E' stato scambiato l'ospedale per una sala da biliardo con tanto di sigarette accese e il reparto di rianimazione, coi pazienti in coma, per un ridicolo carnevale".I sanitari sospesi sono quattro, un medico e tre infermieri. Dai primi accertamenti svolti - riferisce ancora la Asl maremmana che ha avviato un'indagine interna -, l'episodio è riconducibile a circa un anno e mezzo fa e sono da escludere coinvolgimenti diretti dei pazienti ricoverati anche se i fatti rappresentati rivestono comunque caratteristiche di gravità inaudita". Ma l'azienda esprime comunque "stupore e indignazione per quanto appare dalle immagini pubblicate oggi sul Corriere di Maremma. Il fatto è giudicato gravissimo e offensivo per i pazienti e per l'impegno che, in maniera professionale, il complesso degli operatori della rianimazione e, in senso ancora più ampio, dell'intero ospedale, presta quotidianamente ai ricoverati e ai cittadini". Durissimo il commento del sindaco di Grosseto Emilio Bonifazi: "Quanto accaduto è vergognoso. E la sospensione immediata è una scelta doverosa nei confronti dei pazienti e di tutti gli altri operatori del Misericordia. Sono convinto della necessità di seri provvedimenti disciplinari per individui che hanno dimostrato di non avere rispetto di niente, né della dignità né della sofferenza delle persone che si rivolgono con fiducia all'assistenza di un ospedale pubblico". Anche l'assessore regionale alla sanità, Daniele Scaramuccia, si dice "sbigottita", esprime "sgomento e incredulità" e ringrazia l'Asl grossetana per la tempestività con cui ha preso provvedimenti.

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Tornano i tre moschettieri, questa volta in 3D

Lo spettacolo è assicurato già dal trailer dei Tre moschettieri, nuova versione in 3D del romanzo d'appendice di Alexandre Dumas e firmata da Paul W.S. Anderson. Le prime immagini, in questi giorni online, annunciano azione e divertimento in un tripudio di effetti speciali in attesa del film che negli Usa uscirà il 14 ottobre. Tra i protagonisti Logan Lerman, Matthew Macfadyen, Ray Stevenson e Luke Evans, Orlando Bloom, Christoph Waltz, Mads Mikkelsen, Juno Temple e, soprattutto, Milla Jovovich (moglie del regista) nei panni di Milady



Pubblicato da RepubblicaRadioTv

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Corrida:batterista fai da te

Jan Twardowski, Il mondo




Dio si e' nascosto perche' il mondo si vedesse
se si mostrasse ci sarebbe solo lui
in sua presenza chi oserebbe mai notare la formica
la bella irascibile vespa affaccendata torno torno
il germano verde con le zampe gialle
la pavoncella che depone quattro uova in croce
gli occhi globosi della libellula e i fagioli nei baccelli

nostra madre a tavola che ancora ieri
teneva la tazza per il buffo manico a orecchio
l'abete che non perde le pigne ma le squame
la sofferenza e il piacere ambedue fonti di sapere
i misteri non piu' piccoli ma sempre diversi
le pietre che ai viandanti mostrano la direzione

L'amore invisibile
non fa schermo di se'




L'AMICIZIA E' UN ANIMA SOLA CHE VIVE IN DUE CORPI...

L'amicizia è un sentimento unico che rende la vita degna di essere vissuta; l'amicizia insegna a vivere la vita con serenità e gioia;l'amicizia aiuta a scalare la montagna della paura, della tristezza, delle difficoltà, della solitudine... senza l'amicizia una persona si perde nei meandri della vita. Crescere insieme senza perdere la propria identità, donarsi per possedere in forma allargata, fondersi in un tutto unico e tuttavia continuare ad esistere ciascuno per proprio conto: questo è il segreto del vincolo dell'amicizia. L'amicizia è un'anima sola che vive in due corpi.KISS ALYY

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Sicurezza Allarme colpo di sonno "pericoloso come l'alcol"

Secondo una stima dell'Ufficio Prevenzione Infortuni svizzero circa il 10-20% degli incidenti stradali sono dovuti a sonnolenza improvvisa. Al via una campagna di sensibilizzazione triennale e delle buone regole da seguiredi MAURILIO RIGO

L'Ufficio Prevenzione Infortuni svizzero lancia l'allarme per il "colpo di sonno" alla guida. Secondo una stima dell'Upi infatti, circa il 10-20% degli incidenti stradali sono dovuti a sonnolenza improvvisa che può mettere a rischio la propria ed altrui sicurezza.
Un problema ricorrente imputabile a diverse cause che gli esperti hanno analizzato e cercano di contrastare con ogni mezzo. E proprio in tal senso l'Upi in collaborazione con il TCS, il Consiglio della sicurezza stradale e il Fondo di sicurezza stradale, è in procinto di avviare una grande campagna di sensibilizzazione, della durata di tre anni contro la sonnolenza alla guida che partirà il prossimo 14 marzo con la "giornata nazionale della turbosiesta". Insomma il colpo di sonno mentre si guida è un nemico silenzioso e subdolo, sempre in agguato, che può colpire tutti e, secondo lo studio, sotto accusa è anche la stanchezza capace di influenzare, in negativo, le capacità di guida. Un killer paragonabile all'alcool, come sottolineano all'Upi: "Se si guida stanchi non si è in grado di valutare correttamente la velocità, non si è concentrati e i riflessi sono rallentati come quando si è sotto l'effetto dell'alcol. La stanchezza al volante ha varie cause, tra cui la carenza di sonno, la guida a orari in cui normalmente si dorme, i periodi di veglia prolungati, l'alterazione del ritmo sonno-veglia, ma anche malattie o disturbi del sonno come l'apnea da sonno o la depressione. Nel caso estremo il conducente si addormenta, con conseguenze spesso fatali. Quando sono causati da conducenti fino a 40 anni, gli incidenti da sonnolenza si verificano soprattutto di notte e durante il fine settimana. Quando invece coinvolgono persone con più di 40 anni accadono piuttosto nel pomeriggio".
Cosa si può fare allora per contrastare efficacemente questo fenomeno prima che si inneschino i meccanismi che portano a conseguenze spesso drammatiche? "Il colpo di sonno è un fenomeno imprevedibile - chiariscono all'Upi - Vi sono però segni premonitori che consentono di prendere per tempo le necessarie misure. Gli indizi possono essere bruciore agli occhi, palpebre pesanti, sbadigli frequenti, vista offuscata, sussulti o una sensazione di freddo. L'unico rimedio davvero efficace contro la stanchezza è dormire a sufficienza. Se si prevede di dover guidare in condizioni di sovraffaticamento è meglio rinunciare all'auto. Quando invece si è al volante, ai primi segni di stanchezza o di sonnolenza occorre fermarsi il più rapidamente possibile e fare un sonnellino di almeno 15 minuti per recuperare le forze - in altre parole fare una 'turbosiesta'. Bere una bibita contenente caffeina prima della turbosiesta può aumentarne l'efficacia. Invece trucchetti come abbassare il finestrino, alzare il volume dell'autoradio o cantare a squarciagola non aiutano a combattere la sonnolenza".
Consigli preziosissimi quindi da tenere bene a mente e mettere in pratica non appena si avvertono i primi sintomi del fenomeno e seppure l'iniziativa è appannaggio della vicina Svizzera, l'Upi rende disponibile del materiale che può essere liberamente consultato da tutti gli automobilisti italiani al fine di garantire una maggiore sicurezza stradale in tutti i Paesi. I benefici della "turbo siesta" sono visibili sul sito web www. turbosiesta. ch/it/homepage/benvenuti mentre l'opuscolo con i consigli per contrastare la stanchezza al volante può essere scaricato (pdf) dal sito www.upi.ch/Italian/shop/Pagine/default.aspx?kind=&topic=<=1&query=3.013. Tutto il materiale è in lingua italiana è può essere utilizzato liberamente. Ma il problema è molto conosciuto e temuto anche al di fuori dai confini svizzeri tant'è che al recente "Mobile World Congress" di Barcellona è stato presentato l'"Anti Sleep Pilot" un piccolo dispositivo portatile dal peso di 56 grammi, sviluppato in Danimarca, da applicare in auto quando si guida e che aiuta a prevenire il colpo di sonno. Il dispositivo, che si basa sulla valutazione di 26 fattori, ha un costo di circa 200 euro e a breve sarà disponibile sul nostro mercato. Nel frattempo i possessori di iPad con connessione 3G e di iPhone possono scaricare dall'App Store la relativa applicazione al costo di 15,99 euro. Entro breve tempo l'applicazione sarà sviluppata anche per altri smartphone inclusi Blackberry e terminali basati sul sistema operativo Android.

font:http://www.repubblica.it/motori/sicurezza/2011/03/13/news/motori_colpo_di_sonno-13477331/

Lo tsunami travolge l'auto: la ripresa dall'interno

Sono immagini terrificanti quelle registrate da una telecamera posizionata nell'abitacolo di una macchina investita dallo tsunami. La vettura sfreccia su una strada della prefettura di Chiba proprio mentre l'onda anomala si abbatte sulla costa. Mai come in questo caso le immagini testimoniano la sua velocità e la sua potenza ed è spaventoso assistere all'acqua che prima ricopre il parabrezza e poi solleva l'auto, trascinandola via come tutte quelle viste finora nei filmati amatoriali o nei servizi dei network televisivi. La logica vuole che il conducente sia sopravvissuto: in caso contrario questo video non avrebbe più visto la luce



font: http://tv.repubblica.it/dossier/giappone-terremoto-tsunami/lo-tsunami-travolge-l-auto-la-ripresa-dall-interno/64360?video=&pagefrom=1

Forza neonati: gli scatti di Martyna Ball

I soggetti sono strepitosi e in qualche caso non facilmente gestibili. Stare in posa, per loro, è un problema. Ci vuole amore e pazienza per fare questo lavoro. Tanta quanta ne ha Martyna Ball, fotografa che vive a Roma. Come l'americana Stephanie Robin, antesignana di questa tecnica, è una delle artiste che ha fatto della ritrattistica infantile uno dei pilastri della sua produzione. Con grazia maneggia soggetti inconsueti ma la leggerezza dei suoi scatti la colloca tra le migliori fotografe italiane del genere


font: http://www.repubblica.it/persone/2011/03/14/foto/martyna_ball-13587790/1/

Testimone di Geova rifiuta le cure La figlia la denuncia: "Guaritela"

Ricoverata in ospedale a Bordighera, una donna di 68 anni rifiuta le trasfusioni indispensabili per salvarsi. La figlia si è rivolta all'avvocato per presentare un esposto in procura e chiedere l'intervento immediato della magistratura. "Ognuno è libero di credere in quello che vuole, ma qui è come se tutti assistessero a un omicidio senza fermarlo" di WANDA VALLI

E' una lotta tra madre e figlia, una lotta per la vita. Perchè la madre, Annunziata Iannicelli, 68 anni, sta male ma rifuta le trasfusioni di sangue, in nome del credo di Geova e la figlia, Maria Tronti, sta tentando il tutto per tutto, compresa una possibile denuncia all'autorità giudiziaria, pur di costringerla a curarsi. Ma Annunziata ha deciso che, pur di rispettare la sua scelta di essere testimone di Geova, correrà ogni rischio, consapevole che potrebbe costarle la vita. Intanto Maria Tronti, sua figlia, sta tentando ogni cosa pur di riuscire a salvarla, a imporre cure coatte. Tutto, compresa una denuncia in Procura contro l'ospedale Saint Charles di Bordighera, e una richiesta al giudice tutelare perché le affidi le sorti della madre. Annunziata, a sua volta, con le poche forze che le rimangono, si affida al nipote, il figlio di Maria che la pensa come lei, e ha firmato un documento per nominare un tutore e togliere alla figlia qualsiasi possibilità di intervenire. Maria Tronti, dice di non avere nulla contro Geova e i suoi accoliti: "Ognuno è libero, anzi liberissimo, di credere in quello che vuole, ma qui c'è di mezzo una vita umana, è come se tutti assistessero a un omicidio senza fermarlo". Il dramma di queste due donne, madre e figlia, incomincia il 24 febbraio quando Annunziata viene ricoverata all'ospedale. Malata da tempo, con importanti problemi al cuore, tanto da aver ottenuto l'invalidità civile, è anche seguita dal centro di salute mentale di Ventimiglia. Quel giorno accusa forti dolori allo stomaco, come spesso le accade dopo l'infarto che ha segnato per sempre il suo cuore quando Annunziata aveva 58 anni. Il 4 marzo avrebbe dovuto essere dimessa, ma una forte crisi respiratoria fa precipitare la situazione. La donna viene trasferita d'urgenza in rianimazione a Sanremo, poi la riportano a Bordighera, le emorragie aumentano, lei continua a rifiutare le trasfusioni. Il credo in Geova lo vieta, lei lo rispetta. Non solo, cerca di bloccare qualsiasi tentativo della figlia, mentre i medici dell'ospedale la giudicano prefettamente in grado di capire quello che sta facendo e non possono intervenire e curarla contro la sua volontà. Maria Tronti non si arrende, parla con i carabinieri e con il suo avvocato, vuole presentare un esposto in procura per chiedere l'intervento immediato della magistratura. Anche se, ora dopo ora, le speranze di vita di Annunziata Iannicelli si assottigliano. Ha bisogno di quel sangue che rifiuta in nome del suo credo.

font:http://genova.repubblica.it/cronaca/2011/03/10/news/geova-13425760/

A.S.D P.G.S "Stelle Azzurre" dal 1983: Le pagelle di Calogero Pici

A.S.D P.G.S "Stelle Azzurre" dal 1983: Le pagelle di Calogero Pici: "Castagnola voto 7, grande partita nel primo tempo, poi pero si mette tipo Abbiati in Juve-Milan e si mette a contare i tifosi. Tirri voto 7..."

"Prima" e "dopo" l'uso di stupefacenti Le foto che hanno choccato l'America

Ventuno immagini segnaletiche di detenuti arrestati per droga. Persone immortalate "prima" e "dopo" l'uso di eroina, hashish, cocaina. Uomini e donne di ogni età, accomunati dal destino di vedere il loro corpo subire una vera e propria metamorfosi in pochi mesi. E' la campagna più scioccante e controversa mai ideata per dichiarare guerra alle droghe. Diffusa nelle scuole medie e superiori. E' polemica negli Stati Uniti.

LE FOTO - L’aspetto della campagna che ha suscitato maggior dibattito tra i banchi di scuola è la decisione di allegare al documentario un cd con le foto segnaletiche di 21 detenuti finiti dentro per droga e immortalati "prima" e "dopo". Si tratta di uomini e donne di ogni età e di ogni razza, accomunati dal destino di vedere il loro corpo subire una vera e irreversibile metamorfosi nel giro di pochi anni, talvolta anche di mesi. Visi che soltanto sei mesi prima apparivano normali, in alcuni casi anche attraenti, sono adesso irriconoscibili, deturpati da macchie e segni indelebili, con lo sguardo spento e assente, e un’aria di chi ormai ha perso ogni speranza.

font:http://affaritaliani.libero.it/cronache/usa_campagna_droga100311.html

Tributo Michael Jackson fatto da un pappagallo

Pappagallo ke balla una delle tanti canzoni famose di Michael Jackson

LA STORIA Benvenuti a Sant'Agata la città dove comandano le donne

Sindaco e assessori: un'intera giunta al femminile in provincia di Bologna. Tutte continuano a lavorare, per fare le amministratrici restano in Comune anche fino a mezzanotte. Asilo modello e senza liste d'attesa, servizi alla persona. "Niente quote, qui l'efficienza è rosa". "Abbiamo scelto di privilegiare scuola e famiglia"
dal nostro inviato MARIA NOVELLA DE LUCA

SANT'AGATA BOLOGNESE (Bologna) - Sotto la penombra dei porticati il circolo "Sandro Pertini" ha le luci accese, e a pochi passi nella sede dell'Udi si imbustano mimose e si selezionano manifesti storici per la festa dell'8 marzo. L'atmosfera è lenta, calma, lungo la passeggiata del corso "2 agosto 1980", strada che riporta alle memorie amare della strage di Bologna. Un paese racchiuso tra mura storiche, l'antico orologio e il teatro "Bibbiena", case basse, intonaci colorati, giardini ben tenuti. Oltre, alle spalle, lo stabilimento della Lamborghini. E sarà perché a Sant'Agata Bolognese, unico Comune in Italia governato dal 2009 da una giunta di sole donne, la demografia cresce ma la fila al nido non c'è e gli appartamenti costano un po' meno, intorno ci sono tante facce giovani e tanti bambini che girano da soli in bicicletta. Nuovissima forma di immigrazione, tutta italiana, che vede le neo-famiglie abbandonare le cinture metropolitane e rifugiarsi qui, in queste zone un tempo paludose ma oggi ricche di servizi e dove l'occupazione, anche femminile, ha ancora i livelli più alti d'Italia. "Qui" è la città delle donne, ossia un paese di 7.300 abitanti governato da "una" sindaco e 4 assessori donna, più Rosa, la segretaria comunale. E a 21 mesi dall'insediamento, scherza Erika Zambelli, 31 anni, assessore alla Cultura (e a molto altro) la più giovane del gruppo, aspetto solare e sorriso semplice "non abbiamo ancora litigato, come in molti si aspettavano...". Eccola dunque la giunta più rosa d'Italia, nello studio colmo di piante e di luce del sindaco Daniela Occhiali, insegnante in aspettativa, tre figli, al secondo mandato eletta in un lista di centrosinistra, e un'avversione dichiarata, dice "verso le quote rosa". "Non ho scelto gli assessori in base al sesso ma alle competenze: avevo chiesto anche a due uomini di entrare in giunta, ma non erano disponibili. Così il gruppo si è formato al femminile, ma soltanto perché Giorgia, Francesca, Erika e Fabiana avevano i profili giusti . Certo - ammette Daniela Occhiali - l'esperienza di lavorare con un team di sole donne è creativa, stimolante, ma soprattutto, efficace". Nel loro linguaggio si chiama "estrema condivisione degli obiettivi". Per una indennità di 360 euro al mese, tanto che nessuna, a parte il sindaco, ha rinunciato alla propria professione. "Risultato - dice ironica Francesca Cavrini, assessore alla Sanità - facciamo il triplo lavoro...". "Ogni mercoledì - racconta Giorgia Verasani, vicesindaco anche lei maestra, un figlio e un compagno - facciamo le nostre riunioni di giunta: sono lunghissime, non finiscono mai... Spesso quando spegniamo le luci del Comune è mezzanotte passata. Ma a quel punto il problema è stato risolto e la decisione presa. All'unanimità. E dal giorno dopo, senza perdere tempo, si passa al fare". Il fare, appunto. Servizi prima di tutto e ancora servizi. Un nido storico, "Vita Nuova", nato nel 1972 e ispirato al modello di Reggio Emilia, aperto dal primo mattino al pomeriggio inoltrato, "e senza liste d'attesa - precisa con orgoglio il vicesindaco - quando ci siamo accorti che le richieste aumentavano abbiamo creato una sezione in più". E poi rette agevolate per la mensa, sostegni agli anziani e ai disabili, consultori, pannelli solari, un museo archeologico, la piccola ma ricca biblioteca "Terre d'acqua". Scelte precise, ma che hanno la cifra della cura alla persona, alla famiglia. Daniela Occhiali più che di "genere" parla però di sensibilità. "I tagli sempre maggiori, ci hanno imposto di creare delle priorità. E tra il tagliare l'erba delle aiuole o riparare un pezzo di asfalto abbiamo preferito sostenere le famiglie e la scuola... Certo poi la buca andrà rimessa a posto, ma possiamo aspettare che smetta di nevicare". E non è un caso, commenta Francesca Cavrini, 40 anni, assessore alla Sanità, "che siano le santagatesi le nostre maggiori fan". Accolta come un "caso" e con un bel po' di scetticismo ("ora ci vorrebbero le quote azzurre") la giunta rosa di Sant'Agata Bolognese si appresta a doppiare i due anni di Governo. Alla vigilia di un 8 marzo che registra ancora abissi di distanza: le donne primo cittadino sono il 10,6% contro l'89,4 degli uomini. Ma né quote rosa né altro, dicono sindaco e assessore. Eppure, alla fine qualche differenza tra loro e una giunta "mista" c'è. Daniela, Giorgia, Erika, Francesca e Fabiana, ad esempio sono diventate amiche. "Prima che finisca il mio mandato, a parte costruire una nuova scuola - scherza il sindaco - vorrei che alcune di loro mi dessero un nipotino, sarebbe anche ora visto che il tempo passa... ". Uffici sempre aperti, e ritmi di lavoro altissimi. "Quello che ci caratterizza - conclude Daniela Occhiali - è un'attenzione alle relazioni oltre che ai problemi. Ho cercato di rendere anche i matrimoni un po' meno burocratici, leggo delle poesie. Il risultato è che adesso a Sant'Agata di matrimoni ne celebro molti più io che il parroco...".

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Pakistan, così i bambini giocano al kamikaze

In un paese dilaniato dai conflitti, anche le gesta dei kamikaze possono diventare un gioco per i bambini. In questo video amatoriale, pubblicato su YouTube e ripreso dal Guardian, alcuni bambini pashtun in Pakistan mettono in scena un attentato suicida. Uno dei bambini, con il volto coperto di nero, saluta i compagni e poi si avvicina a un altro gruppo di bambini dove finge di farsi saltare in aria: il gruppo di finte vittime si lascia cadere, lanciando in aria della terra per fingere l'esplosione

Giovani con il bicchiere in mano che bevono per dimenticare il futuro

La storia del rapporto fra un figlio quindicenne e madre e padre assenti in "Ragazzi ubriachi", il libro di Flavio Pagano. Le radici di un fenomeno sempre più diffuso, l'alcolismo fra gli adolescenti. E il ruolo dei genitori, incapaci di parlare e di ascoltare di SILVANA MAZZOCCHI

IN Ragazzi ubriachi, il bel libro di Flavio Pagano (Manifestolibri), così li racconta il protagonista quindicenne: "Tanti amici miei, quando erano un po' ubriachi, anche le ragazze, prima erano allegri, così allegri e pieni di vita che sembravano che il mondo se lo volevano mangiare. Però, dopo un po' diventavano tristi. Il mondo se l'erano bevuto... Bere è così, sembra che voli, ma le ali non ce l'hai". Un gruppo di ragazzi come tanti cerca nell'alcol la sicurezza, ma nell'alcol finisce per perdersi. In un'altalena perenne che va dallo smarrimento alla delusione, alla voglia d'amore e d'amicizia, allo scontento. Con intorno genitori benestanti e assenti che cercano di vivere alla meno peggio, tra amarezza e disincanto. Senza saper ascoltare, o saper vedere davvero i propri figli, neanche quando rischiano di imboccare un cammino senza ritorno. E' costruito a due voci, con i diversi punti di vista di padre e figlio, Ragazzi ubriachi. Il padre, un uomo buono ma distratto e lontano, irrisolto nel lavoro e incapace di imporre regole di qualsiasi tipo. Il figlio ragazzino, poco amante della scuola ed eternamente alle prese con una quotidianità che lo trascina sempre più giù. E, sullo sfondo, una madre, ansiosa, apprensiva, eternamente in viaggio, preoccupata allo spasimo, eppure negata a comprendere. Genitori separati, non diversi da tanti altri. E come tanti altri convinti che sia indispensabile occupare il tempo dei figli con mille impegni "formativi". Ma incapaci di dar loro le poche certezze di cui hanno davvero bisogno: poter contare su un punto di riferimento sicuro, su qualcuno che sappia captare le loro fragilità, l'allarme lanciato dai primi segnali di alcolismo. Un padre e una madre in grado di saper davvero guardare il loro ragazzo, ascoltarne le ragioni, i bisogni, i desideri. Ragazzi ubriachi racconta una realtà molto diffusa e ancora sottostimata: i giovanissimi usano l'alcol e ne abusano, si ubriacano e si stordiscono. "Bevono per dimenticare il futuro". E troppo spesso i genitori se ne rendono conto solo quando è ormai troppo tardi. Flavio Pagano, scrittore e autore televisivo, ha il dono di una scrittura semplice e suggestiva, Il suo romanzo ha il merito di raccontare un pezzo di vita vera.
I ragazzi e l'alcol, si può quantificare il fenomeno in Italia?
"Nella cultura mediterranea il bere ha una lunghissima tradizione, le cui radici affondano nella poesia latina ma in quella tradizione prevale l'aspetto conviviale, il vino come amico, consolatore e talvolta illuminante. Poi c'è stata la svolta. Il bere, molto e male, è diventato un fenomeno sociale. Il 10% dei giovani tra i 13 e i 24 anni dichiara almeno un episodio di binge drinking, ovvero il consumo di almeno cinque bevande alcoliche nel giro di due ore, lontano dai pasti, negli ultimi tre mesi. Più numerosi i maschi, 15%, ma le ragazze che bevono aumentano. Quasi il 30% dei giovani, sempre tra i 13 e i 24 anni, dichiara di essersi "ubriacato almeno una volta" e più in generale l'esperienza dell'ubriachezza, anche occasionale, riguarda quasi il 20% degli italiani. Del cambio culturale in corso fa parte anche il declino del vino a favore dei superalcoolici. L'Organizzazione mondiale della sanità riferisce che in Europa il 25% delle morti di giovani di età compresa tra i 15 e 29 anni è ricollegabile, direttamente o indirettamente, all'alcool. In Italia sui circa 170 mila incidenti stradali che si verificano annualmente, un terzo è attribuibile all'alcool e la metà delle vittime è rappresentata da giovani. Ovviamente l'alcool è anche la principale causa di cirrosi epatica". Alcol e sballo, qual è il disagio dei giovanissimi? Il ruolo delle famiglie, della scuola...
"I ragazzi si avvicinano al bere perché quella tradizione di cui dicevamo è ancora viva, almeno nelle parole, e bere è il gesto conviviale per eccellenza. Non si pensa all'ubriachezza, ma ad inebriarsi. È questa l'idea che seduce. I motivi sembrano futili. Si beve perché brilli ci si sente più simpatici, per trovare il coraggio di avvicinare una ragazza, ma anche per autodrammatizzazione - che è un ideale giovanile sempre più diffuso, e molto insidioso. Riecheggiano atteggiamenti del Romanticismo, dove l'eroe è bello e un po' ammaccato. I ragazzi perdono contatto con le proprie emozioni, bevono "per dimenticare una vita che non hanno ancora vissuto" e tendono verso atteggiamenti clamorosi. Dietro la futilità apparente delle ragioni c'è un vuoto inquietante. Bere un bicchiere e farsi quattro risate lascia il posto al bere quattro bicchieri e farsi un bel pianto. In famiglia, più che il dialogo, manca l'ascolto. E poi famiglia, società, scuola, non posseggono né offrono riferimenti. I ragazzi ubriachi fanno parte del popolo degli invisibili, di quelli che per sentire di esistere devono incendiare un cassonetto a una manifestazione, o vomitare nel cesso di un locale. Dalla politica alla vita domestica, gli adulti offrono solo confusione e debolezza". Un romanzo a due voci, il padre e il figlio adolescente; è possibile il dialogo in certe circostanze? "Nel libro ho cercato di dar voce ad entrambe le parti. Gli stessi episodi sono raccontati dal punto di vista di un padre (figura demolita) e di suo figlio. Il confronto è duro: i primi due capitoli cominciano con una dichiarazione di guerra "Mio figlio è uno stronzo", "Mio padre è uno stronzo", eppure è uno scontro tra persone che si cercano disperatamente. Tutto avviene in una famiglia "normale", dove non ci sono problemi economici, né tanto meno un livello culturale insufficiente. Ed è lì che l'alcool rivela la sua insidiosità. Perché non fa scalpore, non sembra una cosa pericolosa. I genitori sottovalutano spesso i segnali di disagio dei propri figli. Sono loro, prima di tutto, a essere ubriachi. Ubriachi di noia, di slogan, di idee senza radici, di parole. I genitori di oggi, spesso, in realtà sono degli eterni figli. Quello che occorre a un ragazzo è l'esempio. Quella del libro è una famiglia di genitori separati. Ma il discorso non vale solo per le famiglie dissolte. Prima di parlare con i propri figli bisogna ascoltarli, vederli. Essere presenti. Mettere regole, e dare l'esempio in prima persona. Il punto è lì. Altrimenti le parole, che pur sono un mondo meraviglioso, diventano chiacchiere. Ci vuole amore, e anche fermezza".

Flavio Pagano
Ragazzi ubriachi
Manifestolibri
pag.172, euro 18

font:http://www.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/2011/03/03/news/passaparola_fabio_pagano-13136235/

NEUROSCIENZE Sei in ufficio? Tieni il muso I sorrisi finti rovinano l'umore

Il sorriso di circostanza diretto a colleghi o a clienti può portare all'esaurimento emotivo di chi è costretto a esibirlo. Lo dimostra una ricerca americana. "E nelle donne è anche peggio" di SARA FICOCELLI

IL SORRISO di circostanza, tanto di moda negli ambienti professionali, è deprimente. Le persone che sorridono forzatamente si rovinano l'umore e questo stato riduce la loro concentrazione sul lavoro e quindi la loro produttività. E' quanto sostiene uno studio pubblicato sul numero di febbraio dell'Academy of Management Journal da un gruppo di psicologici della Michigan State University. Che lancia una larvata provocazione: se si vuol rendere il massimo sul posto di lavoro più spontaneità e meno sorrisi posticci. E se il prezzo da pagare è quello di venire bollati come musoni pazienza, il sistema nervoso ringrazierà. La ricerca condotta dallo psicologo Brent Scott dimostra infatti che il finto sorriso diretto a colleghi o a clienti può portare all'esaurimento emotivo di chi è costretto a esibirlo. In particolare, Scott ha studiato le reazioni psicologiche di un campione di autisti di autobus, obbligati per contratto a interagire sorridendo con i passeggeri, notato anche che lo sforzo di proiettare un buon umore non sentito risulta più oneroso e deprimente per le donne che per gli uomini. Ma è davvero così elementare il rapporto di causa-effetto tra emozioni ed espressioni facciali? La professoressa Raffaella Rumiati, docente di Neuroscienze Cognitive alla SISSA (Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati di Trieste), spiega che esistono due tipi di emozioni, quelle primarie (o fondamentali) che sono paura, rabbia, sorpresa, tristezza, disgusto e gioia, e quelle complesse (o sociali), ovvero compassione, imbarazzo, vergogna, colpa, orgoglio, invidia, gratitudine, indignazione e disprezzo. Un modo semplice per studiarle è proprio quello di osservare le espressioni facciali degli individui. "L'emozione - spiega la Rumiati - è la risposta complessa di un organismo a un dato stimolo. Il nostro cervello, come quello di altri animali, è predisposto a reagire agli input emozionali con un determinato repertorio di azioni: alla vista di un serpente trasaliamo, alla vista di un cibo chiaramente avariato ci disgustiamo, e così via". Una risposta emotiva comporta dunque una modificazione interna dell'organismo (ad esempio il battito cardiaco) o di una caratteristica esterna, come appunto l'espressione facciale o l'intonazione della voce. "Nel caso delle emozioni fondamentali - continua la neuroscienziata - si tratta di risposte inevitabili, automatiche. Tuttavia, avendo accumulato negli anni una certa dimestichezza con le emozioni (cominciamo da piccoli a sorridere, spaventarci), col tempo riusciamo a fingere di provarle. Ma mostrare un'espressione felice non significa esserlo davvero, perché naturalmente mancano i correlati fisiologici interni". E' dunque possibile, precisa l'esperta, che lo sforzo che si compie per adottare un'espressione finta eroda risorse cognitive e provochi una sostanziale riduzione dell'attenzione. E le donne, secondo la ricerca americana, sarebbero le più vulnerabili. L'articolo evidenzia infatti una differenza di genere: l'umore femminile risente di più di questa falsificazione rispetto a quello dei maschi e questo potrebbe spiegare perché le donne sono più rinunciatarie sul lavoro. "Secondo il dottor Scott - conclude la Rumiati - le donne sorridono di più degli uomini non perché più felici ma perché pensano che da loro ci si aspetti una maggiore reattività emotiva. Sono scettica a proposito di queste differenze. Probabilmente le donne ricomprono posizioni meno prestigiose e sicure. La diversità dipende non dal sesso ma dallo status".

font:http://www.repubblica.it/scienze/2011/03/02/news/sei_un_ufficio_tieni_il_muso_i_sorrisi_finti_rovinano_l_umore-12894638/

Il cane poliziotto entra in campo e azzanna il pallone

In Brasile un cane poliziotto non resiste alla tentazione di avventarsi sul pallone durante la partita di calcio tra Boa Viagem e Canal UEC, serie B del campionato dello stato di Minas Gerais. Il pastore tedesco entra in campo proprio mentre un calciatore sta per colpire la sfera sulla fascia. E con i suoi colpi di muso ruba la scena ai giocatori: il pubblico sugli spalti, esaltato dalla sua "azione", lo omaggia con un coro personalizzato



font:http://tv.repubblica.it/sport/il-cane-poliziotto-entra-in-campo-e-azzanna-il-pallone/62906?video=&pagefrom=1

CATANZARO Gita vietata a studente down ma i compagni si ribellano

All'istituto Comprensivo, una dirigente impedisce a un ragazzo con handicap di partecipare ad un'escursione. La classe rifiuta e decide di rinunciare all'attività, pur di evitare discriminazioni

CATANZARO - Uno studente di scuola media affetto dalla sindrome di Down, una gita scolastica, e una dirigente dell'istituto che nega al ragazzo l'autorizzazione a partecipare ad una gita. Tre elementi che sommati danno un risultato: la classe non ci sta, protesta e non va in gita. E' Ida Mendicino, responsabile del coordinamento regionale per l'integrazione, a raccontare la vicenda: "In un primo momento la dirigente della scuola si era rifiutata di far partecipare lo studente alla gita". I genitori hanno interessato del fatto la Polizia, perchè c'è una norma che riconosce le gite scolastiche come "un'opportunità fondamentale per la promozione dello sviluppo relazionale e formativo di ciascun alunno". E anche per "l'attuazione del processo di integrazione scolastica dello studente diversamente abile, nel pieno esercizio del diritto allo studio". Ma nonostante la normativa, la dirigente continua ad opporsi. Prosegue Mendicino: "La dirigente ha espresso ai docenti l'intenzione di non autorizzare in futuro alcuna uscita dello studente affetto da sindrome di Down. Ha anche chiesto ai compagni di classe di non portare a conoscenza del ragazzo le date delle gite in programmazione". Con quale motivazione? La "Scarsa capacità dello stesso ad apprendere a causa della sua infermità genetica". L'invito è stato immediatamente declinato dai compagni, ragazzi di terza media, i quali hanno dichiarato che avrebbero preferito rinunciare "tutti alle gite, pur di non veder discriminato il loro compagno". Mendicino dice di raccontare volentieri l'episodio occorso in quanto "Segnale importante di cambiamento in una generazione spesso tacciata di eccesso di individualismo e di scarso senso di solidarietà. Un plauso ai ragazzi dell'Istituto Comprensivo di Catanzaro - conclude - che si sono dimostrati vera speranza di maturazione del tessuto sociale rispetto agli esempi che spesso provengono dal mondo dei grandi".

font: http://www.repubblica.it/cronaca/2011/02/23/news/catanzaro_gita_vietata_studente_down_compagni_si_ribellano-12814271/

In che parte del mondo è la Libia?

È una questione di geografia, di geopolitica. E di comunicazione globale. Il disorientamento di fronte a quel che capita nel Nord Africa. Davanti a noi. Poco più avanti. Due passi appena dalle nostre coste meridionali. Ma fatichiamo a renderci conto di quanto ci riguardi davvero. Quanto possa cambiare le nostre vite, la nostra vita. L'unica cosa che ci preoccupi davvero è l'ondata migratoria - incombente e imminente. Enorme, inutile nasconderlo. E noi, che, nel corso degli anni, abbiamo eretto un muro nel Mediterraneo, per difenderci dagli "altri". Dall'invasione dei "disperati". Noi, che abbiamo trasformato il Mediterraneo stesso in un muro, per fingerci inaccessibili. Una fortezza. Al sicuro dal mondo. Noi: ci siamo allontanati dalle sponde del Nord Africa e del Medio Oriente. Le abbiamo allontanate da noi. Le abbiamo "percepite" lontane. Un altro continente, appunto. Un'altra epoca. Un'ex colonia d'oltre mare, sperduta nello spazio e nel tempo. E le visite di Gheddafi a Roma non hanno fatto che rafforzare questa convinzione. Vista la determinazione estrema con cui il rais, nelle sue visite in Italia, ha provocato stupore e incredulità. In modo consapevole e volontario. Cammelli, vergini e guardie del corpo al seguito. Tutti accampati nel centro di Roma. Con la compiacente complicità del governo. Tutto per marcare le distanze da noi. Dalla nostra... cultura. Senza troppe speranze, perché ormai ci siamo abituati a ben altro. Figurarsi se ci possiamo sorprendere per qualche decina di ragazze e una tendopoli di lusso in centro città. Tuttavia, abbiamo rimosso la vicinanza della Libia, dell'Egitto. Dell'Africa del Nord. Più in generale, ci siamo allontanati dal Mediterraneo. Quasi fosse una condanna. Noi, che temiamo di "scivolare in Africa". Appunto. Come rammenta spesso Lucio Caracciolo, abbiamo rinunciato al ruolo che ci deriva dalla nostra posizione geopolitica. Al centro del Mediterraneo. L'abbiamo - volutamente - negata. Nella visione della nostra classe dirigente, oltre che degli italiani: è stata accantonata. Spinta ai margini.
Non ci ha aiutato la globalizzazione. Al contrario. La riduzione dei tempi e dello spazio. L'allargarsi della rete e della comunicazione, in ogni luogo e in ogni momento della vita quotidiana. Hanno permesso a tutti di sapere tutto in tempo reale. Con il paradossale esito che abbiamo perduto il senso delle distanze. Perché se tutto è qui, allora nulla è qui. La Tunisia e la Nuova Zelanda, la Libia e l'Iraq, Haiti e l'Egitto. L'Afghanistan e il Marocco. Ci riguardano e ci investono allo stesso modo. Perché le immagini della rivolta e della ribellione oppure della guerra e della devastazione passano in diretta, a tutto schermo, una dopo l'altra, una accanto all'altra. Davanti ai nostri occhi, a casa nostra. Così ci sentiamo disorientati. Perché tutto ha lo stesso colore, lo stesso rumore, la stessa distanza. Altrove e qui, allo stesso tempo. I terremoti, le rivoluzioni, le carestie, le guerre. La Libia è vicina eppure lontana. Lontana anche se vicina. Come la Tunisia e l'Egitto. E se ciò che avviene in questi Paesi fosse davvero simile al crollo del muro di Berlino, nel 1989, come ha osservato Vàclav Havel, ripreso da Gad Lerner su Repubblica, noi faticheremmo, comunque, ad accorgercene. A vedere. Impegnati a erigere nuovi muri - invisibili e illusori - intorno a noi, abbiamo trasformato anche il Mediterraneo in un muro. Non servirà a difenderci dal mondo e da noi stessi. Perché la Libia è vicina. Praticamente: è qui.

font:http://www.repubblica.it/rubriche/bussole/2011/02/25/news/in_che_parte_del_mondo_la_libia_-12887769/

PGS Sicilia: Campionato Katà 2011

Sabato 5 Marzo 2011 presso lo stadio “Angelo Massimino” di Catania, si svolgerà il “Campionato di Katà P.G.S 2011”. Le iscrizioni dovranno pervenire entro e non oltre il 3 Marzo 2011.

font:http://www.pgssicilia.it/

L'onda rovina la foto degli sposi sulla spiaggia

Ecco una coppia di novelli sposi travolta da un insolito destino. Per le prove sul set fotografico, i due scelgono una splendida spiaggia della Contea di Sonoma, in California, senza tener conto del maltempo e delle onde minacciose alle loro spalle. Una di queste li abbatte proprio mentre stanno fissando l'obbiettivo del fotografo, facendoli cadere comicamente in acqua.



font:http://tv.repubblica.it/copertina/l-onda-rovina-la-foto-degli-sposi-sulla-spiaggia/62840?video

PSICOLOGIA Il manuale d'amore degli scienziati "Ecco i meccanismi per la coppia felice"

Uscito di recente negli Usa, il libro "Attached" è una sorta di guida alle relazioni amorose realizzata da due studiosi che hanno messo insieme decine di ricerche sulla "teoria dell'attaccamento". Dai tre profili-base del partner - ansioso, evitante o sicuro - dipende la stabilità di un rapporto. E alcuni sono incompatibili
di ADELE SARNO
ROMA - È un vero e proprio manuale d'amore perché promette di dare i consigli adatti per trovare la persona giusta e perché la storia vada avanti solida. La specialità del libro - uscito a gennaio negli Usa con il titolo "Attached. The New Science of Adult Attachment and How it Can Help You Find, and Keep, Love" - è però che l'autore non è un qualche "esperto" da rotocalco, ma due signori scienziati - Amir Levine, psichiatra e neuroscienziato, e Rachel Heller, psicologa alla Columbia University - che esplorano le relazioni tra adulti e sostengono che sia l'esatta comprensione del ruolo che si assume in un rapporto ad aiutare a trovare e a sostenere l'amore. "C'è troppa disinformazione - scrivono Levine ed Heller - , la gente vive di falsi miti, si nutre di convinzioni che non sono vere, e troppo spesso le storie d'amore diventano una perdita di tempo. In letteratura scientifica esistono moltissimi lavori sulle relazioni e su quella che oggi si chiama 'scienza dell'attaccamento adulto'. Noi abbiamo semplificato ciò che stato detto e lo offriamo ai lettori". I rapporti d'amore, in sostanza, secondo Levine ed Heller, non sono altro che relazioni vissute in maniera diversa in base alle esperienze affettive e sessuali pregresse dei due partner. Gli ansiosi - Quanto al tipo di attaccamento, il libro divide i partner in tre categorie: ansioso, sicuro, evitante. Gli ansiosi (circa il 21% delle persone) vogliono una relazione intima, vivono preoccupandosi della qualità del proprio rapporto e della capacità del proprio partner di continuare ad amare. Hanno perlopiù un carattere indeciso, scarsa autostima, paure e insicurezza rispetto alle proprie scelte.Gli 'evitanti' - circa il 25% delle persone - sono distaccati, esprimono autostima in forma narcisistica e forte disagio sociale, per cui equiparano l'intimità con altri a una perdita di indipendenza e per questo cercano costantemente di ridurre la vicinanza. È come se, di volta in volta, "negoziassero" la propria presenza in un rapporto.I sicuri - il 54% delle persone - invece godono di una forte autonomia, della capacità di gestire e di affermare la propria autostima; questo tipo di soggetto vive a proprio agio con l'intimità ed è spesso coinvolto in relazioni. Il 4% infine è costituito da persone che incrociano i vari profili. Una volta compreso a quale gruppo si appartiene (un test aiuta a farlo 1) bisogna interpretare i segnali di fumo, scrivono gli autori, comprendere cioè se l'altro ha uno stile di attaccamento evitante, ansioso o sicuro. "È come cercare un posto di lavoro - dicono Levine ed Heller - : bisogna fare le domande giuste, non vaghe e indirette, per capire se quell'occupazione è la più adatta al proprio profilo professionale. Non c'è niente di male". La domanda da porsi a questo punto è: "Il mio benessere può essere una priorità per questa persona?". E la risposta è nei comportamenti. Per capire se il partner è 'evitante', ad esempio, basta stare attenti a come usa le parole: il plurale per un'azione presente e il singolare per un progetto futuro. Oppure si può guardare al passato ed alle difficoltà che ha avuto per mantenere una relazione stabile e duratura. Attenzione, però, la diversità non è necessariamente un ostacolo. Se c'è chiarezza al primo appuntamento, o se si cerca durante il rapporto, Amir Levine e Rachel Heller sono convinti: "È possibile cambiare l'altro. Ma i tempi generalmente non coincidono con quelli desiderati. Una persona su quattro infatti muta il proprio stile di attaccamento nell'arco quattro anni". Perché questo succeda il rapporto deve avere l'effetto di un terremoto sulle convinzioni d'amore dell'uno o dell'altro. "Se sei un tipo 'sicuro' e stai con una persona 'ansiosa' - dicono gli autori di "Attached" - si ha una buona possibilità di cambiare l'altro. Al contrario, è molto difficile che un 'ansioso' muti il carattere di un 'evitante' o viceversa". Insomma una relazione è come un passo a due, perché duri bisogna ballare insieme, e assicurarsi che l'altro abbia intenzione di impegnarsi a farlo. "E se le cose vanno - scrivono gli autori - ne beneficia anche la salute. Il circuito di 'attaccamento' parte dal cervello, per cui è legato al nostro sistema nervoso autonomo, quello che governa il respiro, il sonno, la fame, la frequenza cardiaca, la pressione sanguigna. Insomma una relazione serena coincide con il benessere fisico". Viceversa, sono numerose le ricerche che dimostrano che la fine di una storia lascia delle ferite nel cervello e causano un dolore reale, paragonabile a quello di una frattura. E a chi chiede agli studiosi di sintetizzare il proprio lavoro in una frase, Levine ed Heller rispondono con un consiglio sia per single che per le coppie. La domanda giusta da porsi all'inizio di un rapporto, o quando le cose non vanno, non è "Mi piace davvero?". Ma: "Ha la stoffa adatta a me?".

font:http://www.repubblica.it/salute/ricerca/2011/02/16/news/i_segreti_dell_affetto_tra_adulti-12525147/